Paesaggio, clima e rinnovabili: una riflessione sulle trasformazioni del territorio

Il paesaggio è il risultato dell’interazione continua tra uomo e ambiente: quali nuove relazioni siamo in grado di immaginare per governare le prossime trasformazioni?

Siccità estreme, temperature eccezionali e insufficiente umidità al suolo già oggi stanno cambiando in peggio, e in maniera irreversibile, il paesaggio che vorremmo tutelare.

Chi si batte contro i repowering invocando la tutela del paesaggio dovrebbe chiedersi quale paesaggio resterà da proteggere se continueremo ad alimentare la crisi climatica.

Chi ha visitato la Basilica di Saccargia almeno una volta conosce il fascino di questa chiesa romanica che sembra ferma nel tempo, una porta verso un passato che ci fa sentire straordinariamente vicini alle nostre radici e fieri della nostra cultura. Affascinati dal monumento, facciamo più fatica a mettere a fuoco il paesaggio che la circonda: aperto, articolato nella morfologia, segnato da secoli di stratificazioni in cui sono riconoscibili i segni dell’uso agropastorale e forestale, dell’industrializzazione e dell’infrastrutturazione – strade, tralicci, ecc.- che hanno accompagnato l’arrivo della modernità.

Neanche Saccargia è rimasta identica a sé stessa: volendo tralasciare l’ampliamento più antico, i restauri di fine Ottocento hanno ribassato il pronao di diversi filari, aperto la bifora sulla facciata e disegnato nel campanile le trifore, bifore e monofore al posto delle severe finestre antecedenti, consegnandoci un monumento non meno significativo, ma diverso dall’originale.

Il paesaggio è, anche qui a Saccargia, il risultato dell’interazione continua tra uomo e ambiente, che ogni generazione eredita e a sua volta interpreta e riorienta. Quello che dobbiamo chiederci oggi, quindi, non è se sia ancora lecito plasmare il territorio intorno a simboli identitari di tale valore, ma quali nuove relazioni paesaggistiche siamo in grado di immaginare e quali processi possiamo mettere in campo per governare le prossime trasformazioni.

Tra Nulvi e Ploaghe le turbine sono presenti da anni. A volerle cercare, se ne individuano alcune in lontananza (a circa 5 km) dalla statale che costeggia la Basilica e alcune si affacceranno dalla collina – ridotte a pochi millimetri di altezza dalla distanza – anche dopo l’intervento di ammodernamento previsto per l’impianto.

Una convivenza in corso dal 2004 che prosegue adeguandosi ai tempi attuali; quelli che rendono disponibili nuove tecnologie, più efficienti e sicure, ma anche quelli che segnalano l’urgenza di un cambio di passo. Da qualche anno il paesaggio della Sardegna fatica a rimarginare le ferite progressive di un clima impazzito a causa dell’uomo: siccità estreme, temperature eccezionali e insufficiente umidità al suolo, laghi e fiumi che scompaiono, incendi e disseccamenti dei boschi, agricoltura in crisi. Queste sono le trasformazioni irreversibili che dobbiamo temere e che già oggi stanno cambiando in peggio il paesaggio che vorremmo tutelare.

È con questo spirito che Legambiente guarda al repowering dell’impianto eolico tra Nulvi e Ploaghe e agli altri che potranno venire, nella consapevolezza che sostituire macchine vecchie con altre più efficienti, più alte ma in numero minore, sia una scelta intelligente per quella decarbonizzazione che non la politica, ma il nostro territorio ci impone: a fronte di una modifica già avvenuta, ormai intrecciata con le dinamiche socio-economiche e che non genera nuovi conflitti territoriali, avremo meno turbine e meno suolo impegnato, un ridotto impatto visivo complessivo, più energia pulita a disposizione.

Chi si batte contro il repowering invocando la tutela del paesaggio dovrebbe chiedersi quale paesaggio resterà da proteggere se continueremo ad alimentare la crisi climatica bruciando carbone o gas per produrre energia elettrica, quando abbiamo sole e vento con cui sostituirli. Chi governa, d’altro canto, dovrebbe garantire a cittadine e cittadini gli strumenti culturali e scientifici necessari per essere parte attiva nei processi e comprendere perché alcune trasformazioni, come quelle legate alla produzione di energia da rinnovabili, possano curare l’interesse collettivo più della conservazione a prescindere dello status quo.

Non è la campana di vetro che isola la rosa del Piccolo Principe la soluzione per proteggere l’eccezionalità del fiore, ma la scelta coraggiosa e consapevole di entrambi nell’affrontare la relazione con quanto succede intorno. La vera domanda, davanti a Saccargia, non è dunque se le turbine siano una componente legittima o no di quel paesaggio nel secondo Millennio, ma se lì come altrove siamo disposti a praticare linguaggi nuovi per affrontare il dialogo ineludibile tra il nostro passato e il futuro che vogliamo.

di Marta Battaglia, Presidente di Legambiente Sardegna