Non c’è pace senza giustizia
Al giorno d’oggi, se vogliamo parlare di pace, non possiamo non parlare anche di giustizia. Non c’è pace senza giustizia: questo lo slogan che scandisce ormai da tempo le manifestazioni di protesta contro le guerre in atto in varie parti del mondo, in particolare contro la guerra in corso tra Ucraina e Russia e contro il genocidio in atto nella striscia di Gaza; slogan a cui si accompagna la consapevolezza che l’aspirazione alla pace non possa prescindere anche dall’aspirazione alla giustizia climatica.
Quando parliamo di cambiamenti climatici, in generale l’opinione pubblica è convinta che questi riguardino solo l’ambiente, senza pensare che questi coinvolgano pesantemente persone, comunità e l’intera società, perché appare poco chiaro che nel nostro pianeta è tutto interconnesso. Sfugge alla maggior parte delle persone che ambiente, sviluppo sostenibile, diritti umani e sociali, pace, sono tutti collegati fra loro. Quando un’alluvione che distrugge un raccolto lascia un’intera comunità senza mezzi per vivere, avviene che un evento naturale estremo dà origine a povertà per tante persone. E’ ancora poco chiaro che ormai la crisi climatica costituisce la maggiore emergenza che la comunità internazionale deve affrontare oggi e nei prossimi anni, di cui tutti facciamo le spese, pur non colpendo tutti in egual misura. A pagarne le conseguenze maggiori, infatti, non sono soltanto i paesi ricchi e industrializzati che hanno prodotto la quantità maggiore di emissioni di gas serra. Le conseguenze sociali ed economiche proporzionalmente più devastanti ricadono infatti sui paesi più poveri e vulnerabili, quelli del Centro e Sud America, del Sud est asiatico, dell’Africa subsahariana e i piccoli stati insulari, che pure sono responsabili solo del 10% delle emissioni dei gas che producono il riscaldamento globale. Su questi paesi in via di sviluppo peserà il 75% dei costi dovuti all’aumento delle temperature, alla crisi alimentare legata alla siccità e agli eventi naturali estremi, alle malattie e alle guerre per l’accaparramento delle risorse naturali che deriveranno dagli stravolgimenti climatici. Se si vuole perseguire la giustizia climatica, sui paesi che contribuiscono in maniera maggiore al riscaldamento globale, deve ricadere la responsabilità maggiore delle azioni messe in atto per fermare questa crisi. La giustizia climatica chiama in causa non solo nazioni e governi per i colpevoli ritardi mostrati nell’abbandono delle fonti fossili e nel passaggio alle fonti rinnovabili, ma anche le imprese multinazionali del petrolio, che continuano ad accumulare profitti con l’estrazione e la vendita di combustibili fossili, così come chiama in causa il peso e l’incremento di emissioni di gas serra causato sia direttamente che indirettamente dalle attività belliche e dalle guerre.
Un pianeta sempre più caldo sta diventando un pianeta non solo sempre più ingiusto, ma anche un pianeta con sempre più guerre, dovute all’instabilità economica, sociale e ambientale. Eppure gli esperti, fin dal 2011, dicono che almeno la metà delle riserve di combustibili fossili ancora disponibili non dovrebbe essere estratta né consumata. Assistiamo invece ad un incremento dell’uso di fonti fossili e di piani per nuove estrazioni e nuovi gasdotti. Operare per la giustizia climatica significa investire sulla pace, significa investire sulla sicurezza degli esseri viventi e degli ecosistemi, significa anche che le popolazioni non devono essere costrette a emigrare perché nei loro paesi le condizioni di vita sono giunte al limite della sopravvivenza. Si stima che entro il 2050 circa 200 – 250 milioni di persone potrebbero essere costrette a emigrare per ragioni climatiche, determinando uno dei più grandi esodi di massa della storia.
Quali orizzonti futuri dobbiamo aspettarci? E’ di estrema importanza cercare delle soluzioni globali. La giustizia climatica riconosce che alcuni stati sono più colpiti e più vulnerabili di altri e che questi devono essere oggetto del sostegno maggiore e che all’interno di essi ci sono gruppi più fragili degli altri, tra questi i giovani e le generazioni future, che sperimenteranno pesantemente gli effetti del riscaldamento globale senza averne responsabilità diretta. La lotta alla crisi climatica può essere un’opportunità di equità e giustizia, da raggiungere attraverso un’alleanza da porre in atto tra paesi, comunità, generazioni e settori differenti della società e dell’economia; in un impegno comune che chiama ognuno a fare la sua parte e a riconciliarsi con se stessi, l’umanità e la natura; accompagnato dall’opposizione all’attuale modello di sviluppo, predatorio, ostile all’ambiente e ai suoi equilibri, alla giustizia, ai diritti umani e sociali e alla pace; ponendo al centro il bene comune da perseguire in modo non violento e solidale.
Carla Migoni, Responsabile Pace Legambiente Sardegna
Per approfondimenti Rete italiana Pace e Disarmo; Legambiente e UNHCR, report “Un’umanità in fuga”; Legambiente, “Più rinnovabili, più pace”; Ist. Oikos.