Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Sotto accusa non c’è soltanto la Syndial ma tutta l’area produttiva
24/10/2006
autore: Gianni Bazzoni
PORTO TORRES. Una cosa è certa: del muro sapevano tutti. E tutti - almeno all’inizio - erano d’accordo. Perchè le analisi in possesso del ministero dell’Ambiente, ma anche della Provincia di Sassari e della Regione, indicano che la situazione nell’area industriale di Porto Torres, in terra come in mare, è grave. E le azioni di recupero attuate finora sono risultate quasi inutili. Quel muro che ha fatto litigare il presidente della giunta regionale Renato Soru e l’assessore all’ambiente Tonino Dessì segna ora il momento della verità. Perchè la barriera fisica in cemento armato lunga quattro chilometri e profonda 50 metri non riguarda solo il fenomeno inquinante di una azienda - la Syndial (con le sue drammatiche eredità del passato) - ma mette sotto accusa un intero sistema industriale che a Porto Torres coinvolge una trentina di società, dalle più grandi alle più piccole, con o senza depositi costieri. Dalla Marinella a Fiume Santo, dove sorge il polo energetico prima di Enel e oggi di Endesa. Una ventina di ettari di territorio vista mare destinati a uno sviluppo «pesante» che ha cambiato tutto, modificato le condizioni ambientali, compromesso ogni possibilità di cambiamento. E ora che da qualche anno si comincia a parlare di recupero, bonifiche, risanamento ambientale, e che la vasta area industriale di Porto Torres è stata inserita fra quelle di «Interesse nazionale» (quindi di competenza del ministero dell’Ambiente), saltano fuori i disastri. Anche nel litorale che fronteggia il Golfo dell’Asinara, gli impianti industriali hanno funzionato senza che nessuno (o quasi) negli anni del grande «boom» della Sir si preoccupasse degli effetti sulla salute degli operai, degli abitanti e sull’ambiente. Carenze «culturali» dei progetti industriali, ma anche complicità, indifferenza e «la triste abitudine del chiudere un occhio», hanno portato ad affrontare il problema dell’inquinamento industriale senza le dovute convinzioni. Paolo Rabitti, ingegnere esperto in problemi ambientali, docente all’istituto universitario di Architettura di Venezia, consulente del magistrato Felice Casson al processo per la vicenda del petrolchimico di Marghera, queste cose le ha già scritte nel libro «Cronache della Chimica». Da qualche mese è stato nominato consulente delle Aziende sanitarie locali di Sassari e Cagliari per i problemi dell’inquinamento a Porto Torres e Assemini su incarico dell’assessorato regionale alla Sanità. E conosce bene quel che sta accadendo nella realtà industriale turritana. «Sono state rilevate contaminazioni molto forti - racconta Rabitti - con presenza anche di sostanze cancerogene (come il benzene). Anche l’entità dei superamenti nei campioni di pescato per i composti Pcb «diossina-simili» ha raggiunto talvolta il 200 per cento del limite massimo previsto sul prodotto fresco». E c’è l’aspetto dei terreni agricoli attorono all’area industriale, destinati a coltivazioni e pascolo: anche di quelli è stata chiesta la caratterizzazione e una serie di accertamenti. Per capire se certe situazioni possono interferire negativamente sulla catena alimentare. L’esperto incaricato dalla Regione guarda i tentativi attuati finora per cercare di bloccare il flusso inquinante e avviare una radicale campagna di recupero del territorio. E il giudizio tecnico non è incoraggiante. «I dati che abbiamo (perchè molti, nonostante i ripetuti solleciti mancano ancora all’appello e sono partite le nuove diffide alle aziende interessate, ndc) - afferma Rabitti - ci dicono che la barriera idraulica realizzata da Syndial, per esempio, sta funzionando male. Al momento, non si sa ancora se le sostanze inquinanti appartengono al capitolo storico, oppure se si tratta di contaminazioni che derivano da emissioni di impianti attualmente in produzione. Lo scopriremo solo una volta completata la campagna dei 1600 piezometri delegata al Presidio multizonale di prevenzione dell’Asl». Sul dibattito che si è aperto dopo le dimissioni dell’assessore regionale all’Ambiente Tonino Dessì, sulla vicenda muro sì o muro no, Paolo Rabitti risponde sempre ragionando su dati reali. «Io non ho al momento una visione di tipo geologico - dice - però ho visto il lavoro fatto dai geologi dell’università di Cagliari. E posso dire che anche io sarei arrivato a quelle conclusioni se avessi dovuto dare una risposta in soli tre giorni e con quei dati a disposizione. Ci sono, però, delle cose che i geologi non conoscevano e che ora sono chiarissime dopo la conferenza di servizi (l’ultima decisoria del 30 agosto 2006)». Per il docente esperto di questioni ambientali, quella del muro, o della barriera fisica, non può essere liquidata troppo facilmente come una invenzione di Soru. «Chi legge gli atti della conferenza di servizi - sostiene Rabitti - si rende conto facilmente che quella non è una prescrizione che ha deciso all’improvviso Renato Soru. L’indicazione è chiarissima e non ha incontrato l’opposizione di nessuna delle parti, neppure dell’assessorato all’Ambiente. Certo, posso pensare che ci siano delle difficoltà per calare un diaframma fisico. Ma è altrettanto vero che si arriva a questa decisione dopo avere tentato le altre strade. Che non hanno dato risultati sperati. Il sistema di captazione, infatti, si poteva fare sulla barriera idraulica, serviva un potenziamento rispetto alla portata complessiva dell’acqua che attraversa la falda inquinata che arriva al mare. Perchè non è stato fatto?».
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