Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

L’importanza di verificare le soluzioni proposte «La barriera e non solo»

12/10/2006

autore: G. Bazzoni

Scatta l’emergenza per evitare che i veleni del terreno su cui sorge il sito industriale, inquinino il mare 

SASSARI
. Un parere tecnico fornito in tre giorni, nel mese di febbraio, per valutare l’intervento di «messa in sicurezza dell’emergenza nei settori perimetrali nord, est e ovest dello stabilimento Syndial di Porto Torres». L’incarico affidato dall’assessorato regionale della Difesa dell’Ambiente al professor Aldo Muntoni, docente di Bonifica dei siti contaminati e di Impianti di trattamento dei rifiuti solidi presso il Dipartimento di geoingegneria e Tecnologie ambientali dell’Università di Cagliari, è stato portato a compimento - vista l’urgenza - con la collaborazione del professor Battista Grosso, docente dello stesso Dipartimento. Una esperienza comune, i due docenti l’avevano già vissuta a Portovesme lavorando sul problema dell’emergenza della falda superficiale.  In quelle cinque paginette c’è la valutazione critica verso l’opera (deliberata poi dalla Regione) che ha imposto alla Syndial di realizzare un muro di circa quattro chilometri per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di euro in 30 giorni (a decorrere dallo scorso 19 settembre).  «La soluzione rappresentata da un diaframma fisico impermeabile - sostengono i due docenti dell’Università di Cagliari - corredato del necessario sistema di emungimento, fornirebbe garanzie pressochè assolute qualora la realizzazione a regola d’arte e l’immorsamento su basamento impermeabile, fossero tecnicamente ed economicamente fattibili. Nel caso in esame, il contesto geologico e stratigrafico presenterebbe notevoli difficoltà a causa dello spessore di roccia permeabile fratturata che il diaframma plastico dovrebbe attraversare, delle profondita medie alle quali dovrebbe essere intercettato il basamento (superiori a 45 metri dal piano di campagna), dello stato di fratturazione della calcarenite che potrebbe inficiare l’efficacia dell’iniezione di materiale bentonitico in termini di garanzia delle caratteristiche di impermeabilità e continuità richieste». Una situazione - che secondo il parere dei due tecnici - risulterebbe complicata anche dalla presenza di «discontinuità tettoniche e contatti stratigrafici anomali». Infine la questione dei tempi: «La messa in opera di un diaframma impermeabile richiederebbe tempi lunghi che normalmente mal si conciliano con il carattere di emergenza dell’intervento, nonchè una interferenza con il moto di falda, da valutare eventualmente mediante modello numerico, che si protrarrebbe oltre i limiti necessari alla messa in sicurezza e alla bonifica del sito».  Il parere tecnico commissionato dall’assessorato regionale all’Ambiente, se pure sconsiglia l’attivazione di una barriera rigida (perchè potrebbe risultare inefficace e altamente costosa, mentre le risorse potrebbero essere destinate per dare rilevanza alla diffusa azione di bonifica su tutta l’area interessata) mette in evidenza la complessità dell’inquinamento nel sottosuolo attorno al petrolchimico turritano. E offre anche la possibilità di rilanciare l’importanza della presenza nell’area industriale di un depuratore che, forse, nel corso degli anni non è stato messo nelle condizioni di svolgere pienamente le proprie funzioni.  La soluzione del muro lungo il perimetro nord-est-ovest rappresenta, sicuramente, un atto forte. Un «taglio» che, anche simbolicamente, vuole mettere fine a un sistema del passato che per troppi anni ha inquinato insieme terra, mare e aria. Ma un «diaframma fisico» calato in un contesto geologico così complesso, in assenza di dati certi sul perfetto funzionamento dello sbarramento, aprirebbe solo nuove polemiche e per di più vanificherebbe altre azioni di bonifica e risanamento.  Anche per questo, l’imposizione di fare tutto in trenta giorni, senza verificare i progressivi risultati della barriera idraulica (progettata per intercettare l’intero flusso inquinato che si dirige verso il mare) ha aperto nuovi conflitti nella fase più delicata degli interventi già avviati.  La Syndial - che ha già investito negli ultimi venti mesi una trentina di milioni di euro proprio per realizzare un complesso sistema di trattamento delle acque di falda - ha insediato tre impianti (denominati Taf1 Taf2 e Taf3) che hanno il compito primario di intercetttare tutti i flusi inquinati e veicolarli verso il depuratore industriale per essere poi liberati senza tracce di metalli pesanti e di eventuali altre sostanze lavorate negli impianti ancora in marcia nello stabilimento chimico.  I due docenti universitari incaricati di valutare l’attività avviata ormai da diversi mesi, hanno concluso che «la tipologia di trattamento adottata appare adeguata a garantire i limiti imposti per il successivo conferimento dell’acqua trattata all’impianto consortile».  La conclusione finale è quasi un invito ad evitare contrapposizioni su un tema sul quale tutti dovrebbero viaggiare in perfetta sintonia, e un incoraggiamento a mettere in campo risorse e competenze sempre più forti.  «Vi è la necessità di approfondire la comprensione delle fenomenologie che interessano la falda in oggetto, in particolare sviluppando un apposito modello numerico, e di procedere al controllo dell’efficacia del sistema messo in opera mediante un adeguato monitoraggio».

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