Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

«Condannate gli autori dello scempio del Poetto»

05/04/2008

autore: Mauro Lissia

Il pm Pani chiede per i dieci imputati pene comprese tra due anni e 9 mesi
 
CAGLIARI. «La vicenda del Poetto e della spiaggia distrutta con il ripascimento - ha detto il pubblico ministero Guido Pani davanti al tribunale, citando volutamente uno scrittore cagliaritano - è l’espressione di una totale dimenticanza della cultura del bello. Ma se è stato dimenticato il bello non si può dimenticare il giusto, vale a dire la condanna di chi ha fatto queste scelte scellerate, disastrose per un bene ambientale di inestimabile valore». Mancavano pochi minuti alle quindici, ma prima di chiudere con la richiesta delle pene una requisitoria durata cinque ore abbondanti il magistrato dell’accusa ha piazzato l’ultimo affondo: «La responsabilità di quanto avvenuto al Poetto è dei politici, gli altri si sono adeguati e hanno fatto le capriole per giustificarne le decisioni. Senza i politici mancherebbero i protagonisti di questa storia, sono quelli che hanno fatto di tutto per non perdere la faccia, fino al punto da spendere 50mila euro pubblici in un depliant taroccato. Senza i politici mancherebbe il movente, la fretta di intervenire sulla spiaggia per non perdere il finanziamento trovato dall’amministrazione provinciale precedente, quella di centro-sinistra». Basterebbero queste affermazioni per mettere il coperchio giudiziario su questa storia ai confini dell’assurdo, dopo quasi due anni di udienze e dopo che il collega Daniele Caria aveva svolto la prima parte delle conclusioni la scorsa settimana. Perchè è raro che nelle sue conclusioni un pubblico ministero vada al di là degli aspetti tecnici del processo. Stavolta invece Pani e Caria hanno messo qualcosa di più, quell’indignazione che da cagliaritani condividono con gli altri cagliaritani: la consapevolezza che il disastro poteva essere evitato. Il conto dell’accusa è semplice: sono dieci condanne, da aggiungere alle due inflitte due anni fa dal gup Giorgio Cannas col rito abbreviato, quella dell’ex presidente della Provincia Sandro Balletto (dieci mesi per danneggiamento aggravato) e del biologo Luigi Aschieri (sei mesi per falso in atti pubblici). Tutti assolti dall’imputazione di abuso d’ufficio, il responsabile del procedimento Salvatore Pistis («personaggio centrale della vicenda») e il direttore dei lavori Andrea Gardu, entrambi dirigenti della Provincia, sono colpevoli di danneggiamento aggravato e meritano due anni e quattro mesi di reclusione. Un anno per l’ex assessore ai lavori pubblici Renzo Zirone, così come per il secondo responsabile del procedimento Lorenzo Mulas e per il presidente del consiglio di amministrazione dell’impresa Mantovani, Piergiorgio Baita. Un anno e quattro mesi è la richiesta per gli altri tre componenti la commissione di monitoraggio Andrea Atzeni, Paolo Emanuele Orrù e Giovanni Serra. Ancora un anno e quattro mesi per il geologo Antonello Gellon, che avrebbe dovuto controllare il lavoro in mare della draga Antigoon: per l’accusa è colpevole di falso. Infine Daniele Defendi, dipendente della società Sidra associata alla Mantovani: per lui, imputato di falso, il pm ha chiesto nove mesi. Perno dell’accusa è il testo del capitolato d’appalto, cui l’impresa doveva attenersi scrupolosamente nell’intervento di ripascimento: «E’ inequivocabile - ha insistito Pani - prevedeva gradualità, prevedeva che la sabbia venisse lavata e setacciata. Solo la commissione di monitoraggio avrebbe potuto chiedere variazioni, ma non l’ha fatto». Al posto della sabbia finissima che i cagliaritani conoscevano, la draga succhiò dal fondale marino anche terra, ciotoli e pietre: «Ora negano ma sono stati loro stessi, i responsabili dell’intervento, a chiedere spiegazioni all’impresa sulla presenza di pietrame. Ci sono verbali, ordini di servizio, è tutto scritto». Tutto scritto, in un processo che ha viaggiato sui documenti: «Prima del ripascimento si vedevano sassi solo alla prima fermata - ha sostenuto il pm - dopo sono comparsi dappertutto». Sassi e una sabbia che non è sabbia, grigia, argillosa, lontana da quella storica: «Le analisi parlano chiaro - ha detto Pani - quella vecchia aveva l’85-95 per cento di quarzo, quella attuale meno del 50 per cento. Eppure la sabbia giusta c’era e c’è, in vendita, la usano per fare le mattonelle...». Ma l’elemento d’accusa centrale è un altro: «Gli esperti, le relazioni, le analisi, tutto diceva alla Provincia che nel fondale marino la sabbia fine non si trovava - ha quasi gridato il pm - e anche l’impresa l’ha segnalato appena pochi giorni prima dell’intervento. Si sapeva quello che si stava per riversare sull’arenile, lo sapevano benissimo. Ecco perchè non si tratta di un errore, c’è il dolo, la consapevolezza piena del danno imminente e malgrado questo la determinazione ad andare avanti a tutti i costi pur di non perdere la faccia, la propria immagine». Con l’avvallo di «questi grandi ricercatori della commissione di monitoraggio - ha ironizzato Pani - che annunciavano lo sbiancamento della sabbia prima dopo un mese, poi un anno... e di anni ne sono passati sei ma la spiaggia è appena migliorata». Poi l’acqua del mare («l’effetto orzata, prima non c’era, è stato provocato con l’enorme scavo nel mare che ha fatto disciogliere i bioclasti») e l’assurda giustificazione: «Dicono che era solo un’opera di protezione civile, eppure è proprio la protezione civile a subordinare il finanziamento alla presenza di sabbia compatibile». Il 10 aprile la parola alla difesa.

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