Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

La rabbia dei sindaci: i radar vanno spostati

11/06/2011

autore: UMBERTO AIME

A Sant’Antioco animata assemblea dei primi cittadini del centro sulcitano, di Sassari, Tresnuraghes e Fluminimaggiore
Politici pronti a mediare con il ministero, il comitato no: «Nessuna parabola nell’isola»

SANT’ANTIOCO. I fratelli anti-radar parabole e antenne non le vogliono in mezzo ai piedi da nessuna parte, in Sardegna. I sindaci dei quattro comuni messi sotto scacco dalla guardia di finanza, si acconterebbero di molto meno: «Ci basterebbe che la rete fosse spostata altrove».
 Allargato a Sassari, Tresnuraghes e Fluminimaggiore, il consiglio comunale di Sant’Antioco alla fine si è impantanato in queste due strategie. Quella dura e pura degli antimilitaristi, «Finiamola di essere i soliti soggetti», opposta all’altra più politica delle fasce tricolori: «Il muro contro muro non serve. Dobbiamo trattare». Forse hanno ragione proprio loro, Gianfranco Ganau, Mario Corongiu, Pierluigi Massa e Antonio Cinellu, i sindaci. Sfidare in campo aperto un nemico corazzato da decine di autorizzazioni (erano tutte dovute?) potrebbe essere rischioso, per questo «è meglio dialogare con il ministro. Altrimenti, ti sbatte sul tavolo la sicurezza nazionale e, a quel punto, siamo tutti fregati». Giusto, basta mettere assieme il filotto Salto di Quirra, Capo Teulada e Santo Stefano per capire da che parte finora abbia tirato la storia, dalla parte delle servitù militari. Ma per Andrea Biancalà, Matteo Curridori, Fabio Dongu e gli altri del comitato interprovinciale che da un mese e mezzo presidiano L’Argentiera, a Sassari, Ischia Ruggia, a Tresnuraghes, Capo Pecora, a Fluminimaggiore, e Capo Sperone, a Sant’Antioco, la diplomazia è un lusso che «i sardi non si possono più permettere».
 Oggi è difficile dire se la contrapposizione fra i sindaci e la base in rivolta andrà avanti, ma presto un accordo dovranno trovarlo, per non essere schiacciati come mosche dalle ruspe. E anche dai radar annunciati in «quattro siti che possono essere tutto e sono già un paradiso, ma mai e poi mai dovranno finire in mano ai militari», ha detto Graziano Bullegas, delegato di Italia Nostra. Questo i generaloni che vogliono piazzare in Sardegna un esgerata rete anti-scafisti, ma anche anti-droga e anti-terrorismo lo dovranno prima o poi capire. Non è più possibile, com’è accaduto diciotto giorni fa nel vertice in prefettura, a Cagliari, che il problema sia scaricato «da una gerarchia all’altra fino al ministro». Adesso basta, è il grido che si è sollevato da questa assemblea popolare e allargata. «Se dovremo andare a Roma, andremo a Roma», ha detto il sindaco padrone di casa, Mario Corongiu. «Se ci vorrà una nuova Pratobello, noi faremo quello che gli orgolesi hanno fatto nel 1969. Loro hanno fermato l’Esercito, noi fermeremo la guardia di finanza», ha minacciato Matteo Curridori, reduce da una notte di veglia ai piedi de «Su Semafuru», la roccaforte da difendere. «Che dobbiamo salvare, come gli altri siti, dagli attacchi scellerati di un Stato confusionario», ha detto il senatore del Pd Francesco Sanna, nel ricordare come «il progetto nazionale della Finanza si sovrapponga con un analogo della guardia costiera». C’è rabbia anche per lo sperpero di denaro pubblico, ha aggiunto Gianfranco Ganau, mentre «i comuni non sanno più come rientrare nelle spese per i servizi sociali». Fra gli oltre cento, dentro la sala del Consiglio, è stato palpabile il «forte senso di nausea» provato per essere «stati ancora una volta aggrediti e offesi a casa nostra da chi non ha avuto mai rispetto della gente e del territorio», ha detto Fabio Dongu, dopo aver piazzato fra le poltrone la scultura del momento: il golden-radar. «Questo è in palio, la Sardegna no», ha aggiunto secco chi per tre ore ha tenuto alto uno striscione bi-lingue: «Non vogliamo le padelle della Finanza». Sì, lo spettacolo è stato di alta qualità prima delle divisioni. Ma martedì sindaci e comitati ritorneranno compatti, per quel giorno sono stati convocati dal presidente della Regione.

I DUBBI
Sono innocui, ma non bisogna puntarli verso terra: perché?
SANT’ANTIOCO. Se i radar «El/2226» sono davvero meno pericolosi di un telefonino, lo sostiene chi li vende, perché l’Agenzia regionale all’ambiente ha imposto che «il loro fascio sia oscurato quando è indirizzato verso l’entroterra piuttosto che verso il mare»? È un mistero. La prescrizione è stata imposta dall’Arpas con due lettere protocollate: la 3645/2011 per Capo Pecora (Fluminimaggiore), mentre il numero 15594/2011 è nel fascicolo Capo Sperone-Sant’Antioco. E potrebbe essere stato ordinato lo stesso per i radar dell’Argentiera (Sassari) e Ischia Ruggia (Tresnuraghes). Sul mare sì, sulle case no.
 Ma se sono innocui, i quattro impianti fabbricati dall’israeliana «Elta System» e commercializzati dalla romana «Almaviva», perché allora devono essere accecati seppure in parte? È un giallo. Che l’Arpas prova a risolvere poche righe dopo nel suo «richiesto parere di competenza», presentato alla conferenza di servizi per «l’approvazione definitiva dei progetti». Scrive l’Agenzia che l’accorgimento «si rende necessario per escludere all’origine qualsiasi potenziale esposizione (alle micro-onde) della popolazione nelle aree circostanti». Insomma, un pericolo potenziale dunque c’è, anche se nel testare due modellini la stessa Arpas scrive e assolve l’«El/2226»: «Durante le prove, non è stato mai accertato il possibile superamento dei limiti di esposizione di 40 V/m». Sono i volt per metro e 40 V/m è la soglia di sicurezza prevista dalla legge contro l’inquinamento elettromagnetico. Eppure, quella prescrizione, accecatelo, c’è e non può essere soltanto una precauzione in più. Non lo è, perché nel testare l’impianto di Capo Pecora una soglia, che i tecnici chiamano «di attenzione», intorno ai 6 V/m, comunque è stata superata proprio quando «il fascio è puntato sul centro abitato». Domanda finale: i radar sono o non sono «fonti di rischio»? Servono risposte chiare, basta con gli equilibrismi.

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