Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Nucleare, le centrali che fanno paura

10/06/2011

autore: M. R. T.

REFERENDUM Centrosinistra per l'abrogazione Fli diviso, Udc per la libert€ di voto
Dopo 24 anni si torna alle urne per bandire o meno l’atomo. Il peso di Fukushima

ROMA.  A distanza di 24 anni, gli italiani sono chiamati a decidere sul nucleare. Nel 1987, sull’onda del disastro di Chernobyl, l’atomo venne bocciato da una maggioranza schiacciante: un quarto di secolo dopo, si torna al voto sull’onda dell’emozione provocata dall’incidente della centrale di Fukushima dopo il terremoto che ha colpito il Giappone.
 Con la scheda grigia, i cittadini dovranno rispondere al quesito riformulato dalla Cassazione con cui si chiede «l’abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare» (in riferimento ai commi 1 e 8 dell’articolo 5 del ddl numero 34 del 31 marzo 2011, convertito con modifiche dalla legge 75 del 26 maggio). Chi vota «sì» chiede la cancellazione delle norme, per impedire la costruzione di nuovi impianti. Chi sceglie il «no» decide di mantenere la legge attuale. La norma che ha gettato le basi per il ritorno al nucleare in Italia è la legge 99 del 2009, che porta la firma dell’ex ministro dello Sviluppo Claudio Scajola e che delega il governo a predisporre un piano per l’atomo. Dopo Fukushima, a referendum già in calendario, il governo introduce una moratoria di 12 mesi, provocando prima un intervento di riscrittura del quesito da parte della Cassazione, quindi un pronunciamento della Consulta.
 Il piano prevedeva la costruzione di otto impianti di terza generazione entro il 2020, con l’obiettivo di soddisfare il 25% del fabbisogno nazionale. Un altro 25% era affidato alle rinnovabili, il restante 50% alle fonti tradizionali come petrolio e gas. Alla base del piano, l’accordo tra Enel e la francese Edf per la realizzazione di 4 impianti con tecnologia Epr, investimenti tra i 16 e i 18 miliardi e l’impiego, secondo i promotori, di 13.600 addetti.
 Col centrosinistra schierato per il sì, il Terzo polo diviso (Fli spaccato e Udc per la libertà di voto), nel Pdl si segnala la posizione del governatore Ugo Cappellacci, che ha guidato la Sardegna contro il nucleare nel referendum regionale del 15 maggio, che ha seppellito l’atomo sotto il 90% di voti contrari.

IL FRONTE DEL SÌ
Realacci: «Scelte superate Il modello è la Germania»
ROMA. «Non vogliamo guardare indietro. Il nucleare è una scelta vecchia, costosa e pericolosa, inadatta all’Italia che deve rispondere alle sfide del futuro investendo su ricerca, conoscenza, risparmio energetico». Per Ermete Realacci, responsabile della “green economy” del Partito democratico, la strada per lo sviluppo è obbligata: no all’atomo, sì all’energia da fonti rinnovabili. Per questo, dice, bisogna votare sì.
Le fonti rinnovabili non bastano, diconi i nuclearisti...

 «Il nucleare quando va bene risponde solo in piccola parte al fabbisogno energetico di un Paese: su scala mondiale rappresenta il 3% degli usi finali di energia e in Italia, nella più ambiziosa delle ipotesi, si sarebbe arrivato a coprire il 25% dell’energia elettrica consumata, cioé un terzo dell’energia che usiamo, a cui vanno aggiunti trasporti e riscaldamento. Se pensiamo solo al risparmio energetico, le case italiane consumano il doppio di quelle tedesche o irlandesi: tra un edificio costruito bene e uno fatto male passa una bolletta di mille euro l’anno. Il vero piano casa è stato varato dal governo Prodi: il 55% di credito di imposte a chi rinnovava l’abitazione ha prodotto un milione di interventi».
 La Germania si ferma, ma Usa, Cina, Russia e India vanno avanti. L’Italia resterà indietro?
 «Gli Usa, a causa dei costi, non ordinano una centrale da prima di Chernobyl. Con Obama, che ha innalzato il contributo per il kilowattora nucleare, sono state avviate le pratiche per due impianti, ma nel frattempo ne chiudono dieci. Il nucleare è una battaglia di retroguardia, che in più genererebbe un enorme “debito atomico”, per dirla con Tremonti. E già oggi noi paghiamo in bolletta 300 milioni di euro l’anno per le vecchie scorie. Vogliamo come modello l’Iran o la Germania, che cresce quattro volte più di noi e punta al 40% di energia elettrica da rinnovabili entro il 2020 e a nuovi mercati?»
 Ma è possibile sviluppo economico senza il nucleare? Secondo il fronte del no, la costruzione di quattro centrali avrebbe prodotto 13.600 posti di lavoro.
 Balle, come il nucleare che costa meno. Secondo Unioncamere e Fondazione Symbola la green economy può produrre un milione di posti di lavoro nei prossimi 4 anni».

IL FRONTE DEL NO
Testa: «Chi dice sì è un nuovo conservatore»
ROMA. Come presidente di Legambiente condusse la battaglia referendaria con cui, nel 1987, gli italiani abbandonarono la via nucleare. Oggi Chicco Testa, ex presidente di Enel, guida il Forum nucleare italiano: «La gente non vuole il nucleare, l’alta velocità, rigassificatori, autostrade, siamo un paese conservatore. Se vincerà il sì, passeranno altri 30 anni prima di poter tornare a parlare di nucleare. E intanto speriamo di continuare ad avere gas e petrolio».
 Ma a votare Testa, che oggi guida tra l’altro una società che opera nel settore energetico, non ci andrà: «Mi asterrò. Ed è onere di chi ha promosso il referendum portare alle urne il 50% più uno dei votanti».
 Lei è stato uno dei protagonisti anti-atomo di 24 anni fa. Cosa le ha fatto cambiare idea sul nucleare?
 «Il fatto che i combustibili fossili si siano rivelati più dannosi del nucleare e che oggi dobbiamo fronteggiare problemi che allora non si conoscevano, come l’effetto serra, che non vedo altro modo di affrontare se non con il nucleare. Le fonti rinnovabili non bastano, non ho mai visto un conto serio: il 70% di energia è ricavato da combustibili fossili».
 I suoi vecchi amici antinuclearisti sbagliano?
 «C’è molta cattiva coscienza. Tanti sanno come stanno le cose, ma il nucleare nell’immaginario ambientalista italiano è come la Trinità per il cattolici: un dogma».
 Ma in Italia anche chi appartiene al fronte nuclearista non vuole gli impianti sul proprio territorio.
 «C’è una viltà generale della classe politica ad assumersi responsabilità. Infatti l’Italia va come va: il Paese perde posizioni ogni anno, le infrastrutture sono ferme agli anni Settanta, ci sono voluti trent’anni per l’alta velocità, i porti sono da terzo mondo. Non si risolvono i problemi col chilometro zero, mangiando l’insalata del nostro orto: sono discorsi da anni Cinquanta, e mi preoccupa soprattutto che le giovani generazioni non capiscano questa sfida e siano prigionieri di un modo di pensare conservatore».
 Non c’è un problema di sicurezza secondo lei?
 «In Giappone c’è stato un incidente grave, ma ogni anno un milione di persone, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, muore per l’inquinamento da combustibili fossili. A Fukushima non c’è stato un milione di vittime».

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