Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

La Finanza delude i sindaci anti-radar «Decide il ministero»

26/05/2011

autore: UMBERTO AIME

CAGLIARI. Il tavolo era quello sbagliato: sui radar della discordia non può decidere chi sta in periferia. Soltanto il ministero della Difesa, se vuole, potrà salvare Capo Sperone, Capo Pecora, Ischia Ruggia e L’Argentiera dalle «padelle» israeliane, destinate a controllare i possibili traffici illegali sulla costa occidentale della Sardegna.
 In cinquanta minuti, tanto è durato il vertice di ieri in prefettura, i sindaci di Sant’Antioco, Fluminimaggiore, Tresnuraghes e Sassari non sono riusciti a convincere la guardia di finanza che «le servitù militari non possono essere sempre imposte dall’alto» e che «non potete continuare a farvi scudo col ritornello delle autorizzazioni concesse in deroga, perché altrimenti ci sarebbe un buco nella sicurezza nazionale». È stato un muro contro muro. E infatti per il comitato no-radar, un centinaio di persone, molte sono rimaste nei presidi, è stato più facile conquistare le facciate dei palazzi intorno al comando militare e alla prefettura. Lo hanno fatto con i lenzuoli della protesta, gli stessi con cui da settimane cercano di salvare quattro piccoli paradisi dall’installazione contestata degli «El/M-2226». E su cui hanno scritto, tra l’altro: «Ci avete già preso tutto, volete uccidere ancora il nostro territorio?», oppure «Resistenza popolare», e ancora «Cittadini uniti in difesa della salute». Generali e colonnelli della guardia di finanza, che coordina strategie e appalto della rete «Fortezza Europa», alle 11.30, sono sfilati impettiti davanti all’avamposto ostile, prima di sedersi intorno al tavolo convocato dal prefetto di Cagliari, Giovanni Balsamo, da quello di Oristano, Giovanni Russo, e dal reggente della prefettura di Sassari, Ninni Meloni. Più di una telecamera ha provato a immortalare il passaggio delle divise, con in testa il generale comandante Stefano Balduini, di fronte al rumoroso picchetto che li aspettava da mezz’ora, ma le gerarchie militari hanno tirato dritto. Senza uno sguardo, perché loro sapevano da giorni che la riunione si sarebbe conclusa con un nulla di fatto. Così è stato. Dal presidente della Provincia del Sulcis-Iglesiente, Salvatore Cherchi, al suo collega di Oristano, Massimiliano De Seneen, ai sindaci Mario Corongiu (Sant’Antioco), Piergiuseppe Massa (Fluminimaggiore), Antonio Cinellu (Tresnuraghes) e Gianfranco Ganau (Sassari): tutti hanno dato il massimo per vincere la sfida «in nome della gente che giustamente non vuole i radar», per usare le parole di Legambiente. Ma il muro, sempre più di gomma, ha resistito a qualunque attacco, anche a quelli frontali. È stato quando Antonio Cinellu ha detto: «Non potete scipparci, con violenza, la nostra oasi comunale», e dall’altra parte del tavolo, dove c’erano i militari, è arrivata però una risposta disarmante: «Noi qui, adesso, i radar non li possiamo spostare da una parte o dall’altra». La muraglia ha retto il colpo anche quando Salvatore Cherchi ha detto: «Scusate, avete a disposizione chilometri e chilometri di servitù, e volete prendervi anche gli ultimi angoli incontaminati: non è troppo?». Niente da fare, neanche in quest’occasione, la gerarchia ha continuato ad alzare le mani in segno di resa: «La decisione non spetta a questo comando - ha fatto sapere il generale - ma all’ufficio centrale che coordina il progetto». Alla terza bandiera bianca alzata dal fronte avverso, è stato quando Antonello Cinellu ha sbottato in un fragoroso: «Almeno potevate informaci prima e meglio», un altro sindaco, Gianfranco Ganau, ha chiuso secco il primo round: «Abbiamo capito che stare qui è inutile. Andremo a Roma». E i sindaci, compatti, andranno a bussare al portone del ministero della difesa: «Perché con la motivazione della sicurezza nazionale che pure condividiamo - ha detto all’uscita Mario Corongiu - non è comunque possibile far passare di tutto». Compresi i dubbi sull’altezza dei tralicci (18 o 36 metri?), sui rischi per la salute (qual è la frequenza in Ghz?) nonostante le assicurazioni sulla carta di varie Asl e dell’Arpas, o ancora perché “volete offenderci con un’invasione manu militari”, per riprendere il sarcasmo di chi è rimasto sempre avvolto nel bandierone Radar, no grazie. È stato ancora lui, all’uscita, il più lesto ad ammonire in un comizio volante, la sfilata delle auto blu, con questo ordine deciso: «Generale, mi raccomando, abbia almeno il buon gusto, nell’attesa, di fermare le sue ruspe». Generale, ha sentito?

Cherchi (Provincia Sulcis): nessuno pensi di aprire cantieri
CAGLIARI. La guardia di finanza della Sardegna non può decidere, ma ha fretta lo stesso: i quattro cantieri li vuole aprire comunque uno dopo l’altro: si è data un mese di tempo. «Non ci pensino nemmeno», dice chi da giorni presidia i siti minacciati e non molla la presa neanche sul web, dove il tam tam anti-militarista funziona a meraviglia. Il presidente della Provincia del Sulcis, Salvatore Cherchi, ha la stessa grinta nel dire: «Sia chiaro, nel frattempo, non un solo radar deve essere installato». Sarà, ma molto dipenderà dalle decisioni del prefetto, che ha un ordine pubblico da garantire. A questo punto, le prove di forza sarebbero un’inutile provocazione, e questo dopo il vertice di ieri dovrebbe essere chiaro per tutti.
 Nello spazzare via l’ipotesi di un prossimo arrivo di carabinieri, scudi e manganelli, destinati ad aprire la strada alle odiate ruspe, Salvatore Cherchi si fa ancora più deciso: «Sarebbe una sciocchezza e comunque siamo tutti pronti a difendere i nostri territori. I lunghi bivacchi non spaventano presidenti e sindaci».
 Il rispetto della volontà popolare è stato chiesto a gran voce anche dai parlamentari sardi del Pd, che ieri hanno presentato due interrogazioni urgenti alla Camera e al Senato. Subito sostenute in piazza dal deputato Caterina Pes, con a fianco il segretario regionale Silvio Lai: «Non siamo contro i radar tout court - ha detto - sono opere importanti però chiediamo che siano spostate altrove, in aree già utilizzate dai militari». Ma soprattutto dal Pd è preteso uno sforzo di trasparenza da parte del ministero della Difesa: «Non è chiaro in base a quale decreto siano state individuate le quattro aree a rischio, peraltro sono tutte ad altissimo valore ambientale. Dunque, qualcuno dovrà pur dircelo». Trasparenza e mostrine? Da sempre è un’impresa soltanto metterle vicine.

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