Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Quirra, dove un pascolo o un posto di lavoro diventano più importanti della salute
22/05/2011
autore: Piero Mannironi
IL POLIGONO INQUINATO
«Èpeggio la fame della morte» dicevano i pastori barbaricini. Sintesi efficace di un pragmatismo primitivo nel quale la vita è declinata al presente e la morte è invece un’eventualità ineluttabile, che appartiene al futuro. Perché la fame è certa, mentre la morte è possibile. Insomma è la necessità che diventa un’impropria e semplificata filosofia del vivere. Solo entrando in questi meccanismi di disperazione e di rassegnazione è possibile capire l’atteggiamento della gente del Sarrabus e della bassa Ogliastra rispetto al Poligono interforze del Salto di Quirra.
Ecco che così il diritto al pascolo delle tue capre o delle tue pecore diventa più importante di un’ipoteca seria sulla tua salute e sulla tua vita. Oppure uno stipendio come impiegato civile nella base dissolve la tua paura di una possibile leucemia o di avere un figlio deforme. È la scelta triste del vuoto. O meglio, la rassegnazione a un vuoto che sostituisce speranze, prospettive e progetti. Una solitudine che alla fine corrisponde alla negazione di una consapevolezza politica e spinge fino all’estrema conseguenza del ripetersi quotidiano di un esorcismo inconscio che porta a negare perfino l’evidenza.
Così il numero delle croci non conta, o addirittura viene messo in dubbio, nonostante si conoscano i nomi e i cognomi dei morti. Così i bambini deformi di Escalaplano sembrano appartenere a una remota invenzione mediatica. E perfino le tracce di uranio impoverito nei tessuti di un agnello sembrano paradossalmente materializzare la paura del bisogno e non della morte. Perché tutto deve restare come è. Non importa a che costo. Anche quello di assumersi la responsabilità morale di condannare i propri figli a vivere tra veleni mortali, inaridendo il loro futuro.
Difficilmente condivisibile questo sentire diffuso, ma comunque comprensibile. Ciò che invece sfugge alla comprensione è la quasi totale assenza di indignazione e la mancata pretesa di verità. Che equivale allo smarrimento di una coscienza politica nella quale si perde il senso dei propri diritti. In estrema sintesi: il lavoro non può essere considerato una concessione, o peggio, un’elemosina, ma un diritto. Come pure è un diritto il risarcimento dei danni sia personali che quelli generali di tutta la comunità di Quirra. E il primo risarcimento che la politica deve a questo lembo di Sardegna è quello di rimediare ai danni causati alla salute e all’ambiente e costruire un progetto nuovo di sviluppo e di speranza.
Nella storiaccia di Quirra se c’è una cosa certa è che la verità su quanto accaduto negli ultimi sessant’anni dentro il poligono non è stata cercata. Anzi, gli indizi di depistaggio sono tanti e molto pesanti. Si è perfino arrivati a sfiorare il ridicolo quando è stata attribuita a una miniera di arsenico abbandonata la responsabilità dei tumori. Ma soprattutto non si è fatta alcuna indagine epidemiologica. Tanto che l’assessore regionale alla Sanità Antonello Liori ne parla oggi come di una novità necessaria. Ben dieci anni dopo la terribile denuncia dell’allora sindaco di Villaputzu Antonio Pili. La verità, imbarazzante, è che, fino all’iniziativa del procuratore di Lanusei, non si sono cercate seriamente le tracce degli agenti patogeni, l’origine del disastro. E tutto questo è certificato in atti e documenti consultabili e verificabili.
Per concludere: in questa storia infinita di ambiguità e di interessi miliardari nascosti c’è il rischio di un crudele paradosso. E cioè che i peggiori nemici della verità possano essere alla fine proprio le vittime della tragedia. Per un tozzo di pane.
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