Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Quirra, l’inquinamento c’è ma è un giallo
21/05/2011
autore: UMBERTO AIME
L’ISOLA DEI VELENI Dossier degli esperti scelti dalla Difesa: trovati metalli pesanti e nanoparticelle
Cossiga: «Siamo pronti a chiudere il poligono se saranno accertate responsabilità»
CAGLIARI. Se non ci fosse un’inchiesta penale in corso, questa volta il Poligono di Quirra potrebbe strappare persino l’insufficienza di prove, o comunque essere rimandato a fine anno, dopo l’esito delle analisi indipendenti sulla salute di chi ci abita attorno. Ma non è così: c’è una Procura, quella di Lanusei, che indaga su ipotesi di reato spaventose e con la magistratura, alla fine, bisognerà fare i conti. Intorno al rapporto finale del comitato tecnico di controllo della base, presentato ieri, si è respirata quest’aria strana: mancava qualcuno. Forse è stato così anche per il sottosegretario alla Difesa, Giuseppe Cossiga, che poi dirà: «Se saranno accertate delle responsabilità, siamo pronti a chiudere il poligono». Ed è stata una sorpresa.
Qualcuno potrebbe sostenere che la promessa di Cossiga sia stata obbligata dopo aver ascoltato la relazione preoccupata degli esperti alla cattedra, ma non è così. Più che altro, è stato un atto di riguardo verso il procuratore capo, Domenico Fiordalisi, che non c’era in platea, ma è come se ci fosse sempre stato, dalle 9 a all’ora di pranzo. Quattro ore abbondanti è durata la maratona sullo stato di salute del poligono. Che se fosse un alunno da promuovere o bocciare, sarebbe ancora in bilico: «Mi fermo a un 5», ha detto Antonio Onnis, il coordinatore del comitato scientifico. Neanche la sufficienza, con quel voto destinato, nella sua sintesi, a ricalcare una sorte ormai segnata per la base: stare in mezzo al guado. È sotto sequestro, ma i militari possono ancora sparare, è vietato l’ingresso ai pastori ma lo sfratto l’hanno rinviato a luglio, questi sono i marchi dell’insufficienza di prove, ieri forse ottenuta nell’aula dell’assessorato alla sanità. È uno stato di incertezza intuita persino sui volti degli ufficiali in sala, a cominciare dal comandante Sanzo Bonotto: volevano mascherarla ma non ci sono riusciti. Perché è diventato imbarazzante stare all’interno di un perimetro dove in molti dicono sia stato sparato e lanciato proprio tutto, munizioni, missili, anti-carro all’uranio impoverito, ma poi nelle analisi del maledetto uranio non c’è traccia. Certo, come drammatica controprova ci sono i troppi morti di tumori, fra loro anche quei corpi riesumati dalla magistratura, e un gruppo ancora indefinito, nel numero, di persone fiaccate dall’incidenza esagerata delle neoplasie, in un territorio intrecciato fra l’Ogliastra e Cagliari. Trovare il legame stretto («Incontrovertibile», ha sottolineato Cossiga) fra il poligono e la cronaca nera è ancora difficile per tutti. Anche per i tecnici del comitato non è stato facile. Hanno detto e non detto, hanno ipotizzato ma senza emettere sentenze, di fronte all’assessore alla sanità Antonello Liori, sempre più deciso a portare avanti la sua indagine epidemiologica sugli abitanti, «È l’unica strada per arrivare alla verità», ai sindaci, tutti contrari alla chiusura definitiva della base, e agli ambientalisti, sempre più convinti che invece vada rasa al suolo. Ebbene, nell’analizzare a uno a uno i cinque lotti dell’appalto sul monitoraggio ambientale a Quirra e Capo San Lorenzo, va ricordato commissionato dai militari e pagato dalla Difesa, Antonio Onnis, Ferdinando Codonesu, Alessandro Murgia e Marco Schintu, gli esperti, hanno detto che “c’è un evidente stato di pericolo, nella zona, ma questo non vuol dire la popolazione sia a rischio”. Il pericolo è nella presenza nell’aria, nell’acqua e nella terra di metalli pesanti, polveri fini, radioattività aerodispersa e anche nanoparticelle: è una miscela pazzesca, con una striscia lunga cinquant’anni, il poligono c’è da una vita, sicuramente innaturale e soprattutto difficile da sopportare per chiunque, eppure c’è sempre un però. Che potrebbe essere provocato dall’arsenico della miniera dismessa di Baccu Locci. Oppure dalla concentrazione insolita di elementi contaminanti, ma guarda caso sempre registrati in quantità esagerata ogni volta che alla base fanno i fuochi d’artificio, non soltanto girandole, ma anche missili aria-aria e altri marchingegni dai componenti sperimentali. Fernando Codonesu, ad esempio, ha presentato un elenco di prove pericolose, piombo, nichel, zinco, bario e fosforo, e parlato anche di campi elettromagnetici da tenere sotto controllo. Per poi lasciare il tavolo a Marco Schintu, che ha sminuzzato i numeri delle contaminazioni su bestiame e verdure.
Per questo dentro ogni parola degli esperti sembra di intuire sempre la prova che incastrerà il Killer di Quirra, ma all’improvviso gli indizi svaniscono nel solito labirinto. Questo caso va risolto, serve gente del mestiere. Un magistrato.
Sotto accusa i metodi di Sgs
CAGLIARI. C’è un lotto sui cinque, in cui è diviso il monitoraggio ambientale del poligono, che è più grigio degli altri. È il numero tre, quello appaltato alla Sgs di Torino, società controllata dalla Fiat. Dopo essere diventato un corpo di reato, due chimici dell’azienda sono indagati dalla procura di Lanusei per falso ideologico in atto pubblico, ieri la relazione è stata criticata da due componenti del comitato di esperti, Mauro Schintu e Alessandro Murgia, e bocciata dall’Arpas. Per il rappresentante dell’Sgs, in sala, è stato un calavario. Nei fatti, c’è stata un’altra spallata alla credibilità di chi ha scritto, nelle conclusioni, «Qui è tutto in regola», per poi essere smentito con la notifica dell’avviso di garanzia.
Il primo a criticare la Sgs è stato Mauro Schintu, che ha contestato come, ad esempio, cozze e lombrichi utilizzati dalla società come cavie per accertare la presenza di metalli pesanti (che ci sono) nel poligono: «Siano stati trattati prima dell’innesto secondo procedure diverse da quelle riconosciute in questi casi». Oppure «le foglie e licheni utilizzati come campioni sono stati lavati e poi analizzati». Ci sarebbe stata, in sostanza, una possibile alterazione, ha lasciato intendere Mauro Schirru senza però dirlo. Alessandro Murgia è stato più esplicito: «Nell’indagine della Sgs, sono evidenti diversi buchi, come non aver accertato, all’inizio, tipo e quantità dei metalli pesanti presenti in natura, per poi metterli a confronto con le contaminazioni provocate dalle esercitazioni». Infine, la stoccata dell’Arpas: «Abbiamo dovuto faticare molto - ha detto il portavoce - per ottenere un protocollo di confronto fra i nostri dati e quelli raccolti da Sgs. In particolare, hanno cercato l’uranio sulla base dell’unità 5 milligrammi per chilo, mentre il valore di riferimento sarebbe dovuto essere molto più basso». Forse anche per questo i due chimici sono indagati.
Chiavi di questa notizia: Inquinamento