Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

I pastori di Quirra hanno già perso: «Nessuno si fida del nostro latte»

14/05/2011

autore: Valeria Gianoglio

IL POLIGONO DEI VELENI Costretti a lasciare i pascoli della base dopo il sequestro disposto dal gip

PERDASDEFOGU. «Il latte? Il caseificio non ce lo compra più da mesi, forse non si fida. Ormai mungo le capre solo per evitar loro la mastite. Non vendo più né casu agedu né formaggi. È una tragedia per noi tutti». Viso cotto dal sole che batte a picco sull’altopiano di Perdasdefogu, sguardo puntato sul pentolone dove la schiuma bianca comincia ad addensarsi, Costanzo Carta, al poligono, ci è praticamente nato. Responsabile della Coldiretti del paese, pastore lui, pastore per una vita il padre, 480 capre che sino a ieri pascolavano beate nella vecchia pista dei razzi del poligono di Quirra, a Is Mureddas.
 «Cinquant’anni - ripete - sono quasi cinquant’anni, dal 1965, che frequento questo posto e non ho mai avuto problemi. Ma ora: che fine faranno le mie capre? Dove le porto?». Costanzo Carta non è arrabbiato, piuttosto animato da una sorta di rassegnata disperazione. La stessa che The day after il decreto di sequestro del poligono - disposto dal gip Paola Murru che accoglie in pieno le richieste del procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi - con annesso «divieto assoluto di qualsiasi attività agropastorale» avvolge come un manto i pastori di Quirra.
 I contributi perduti. Sono le 12 di ieri mattina, in cielo non c’è neppure una timida nuvola, tra bar e municipio non si parla che di “sequestro del poligono” e a Perdasdefogu la gente si chiede «che facciamo?». Nella piazza centrale del paese, la responsabile zonale della Coldiretti, Carmina Lorrai, tira fuori dall’auto alcune bandiere con il simbolo dell’associazione e le issa come fieri pennoni gialloverdi davanti al municipio. Comincia il conto alla rovescia per l’assemblea promossa dalla Coldiretti ieri sera per fare il punto della situazione. «È ormai improcrastinabile l’apertura di una tavolo tecnico tra Regione, ministero della Difesa e tutti gli altri enti interessati - dice il direttore di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, Aldo Manunta -. Quest’anno e per il futuro le aziende hanno ormai compromesso le produzioni nonché i premi comunitari. La Regione deve prevedere misure specifiche a ristoro del reddito». «Il sequestro - aggiunge il direttore Coldiretti Sardegna, Luca Saba - avrà effetti devastanti sull’intero tessuto agricolo dell’area di Quirra. La Regione deve assumere un forte impegno per colmare le perdite di reddito dei pastori». Gli allevatori, nel frattempo, non stanno con le mani in mano. «Non sappiamo proprio come fare, adesso - dice Costanzo Carta - sto facendo del formaggio che nessuno, purtroppo, vorrà comprare. E poi c’è un’altra questione aperta: visto che il caseificio non sta prendendo il nostro latte, molti di noi perderanno i contributi de minimis e diversi altri soldi».
 I pastori “confinanti”. Accanto a lui, annuisce con decisione, Francesca Locci. Trentadue anni, una figlia adorata, un marito, Massimo Orrù - è il figlio del primo pastore riesumato di Perdas - al quale è legata da quando aveva 18 anni, e tantissimi sogni. Francesca e Massimo sono una giovane coppia di allevatori “confinanti”. Quelli, cioè, che hanno l’ovile al confine del poligono, nella zona di Arbu Racesu, ma che pagano una quota ogni anno - è di circa un euro e cinquanta per ogni capo di bestiame - per consentire alle loro caprette barbute di sconfinare, a volte, anche nel terreno della base. «Io non ce l’ho con nessuno - Francesca ci tiene a dirlo - perché è giusto che se c’è inquinamento e pericolo per la salute, questo si accerti. Chiedo solo che si accerti subito e che qualcuno ce lo dica una volta per tutte con tanto di prove certe». Si ferma per un istante, la giovane Francesca. Butta uno sguardo al marito che apre il recinto dell’ovile, pulito e lindo come una casa, e lascia che le sue capre pascolino verso la libertà. «Avevamo tanti sogni - commenta la giovane allevatrice - io e Massimo abbiamo seguito anche due corsi per lavorare il formaggio, volevamo aprire un piccolo caseificio. Ma adesso, sembra che sia tutto finito: sino all’anno scorso riuscivamo a vendere tutto il latte e il formaggio, ora invece, siamo alla frutta. Siamo costretti a buttare il latte. C’è gente, a Perdas, che ne sta buttando anche trecento litri al giorno. Non si può andare avanti così, ce lo devono dire che fine faremo, dove dobbiamo portare i nostri animali. Qui rischiamo tutti di morire di fame dopo tanto lavoro e sacrifici».
 La “pasionaria”. Anche “zia” Francesca, ieri mattina, è in agitazione da presto. Francesca non è il suo vero nome, ha chiesto lei di essere protetta per una sorta di immotivata paura del giudizio altrui. Ma è un vero pezzo di storia del poligono. Sessantasette anni portati con l’energia di una ventenne, marito artigiano, una smisurata passione per la campagna, una quindicina di vacche e tori che chiama con i nomignoli affettuosi di Marcella, Pasquala e Arangino, e che pascolano in un terreno che sta all’interno del poligono. Lei, la base, la difende con le unghie e con i denti. «Io me lo ricordo quando l’hanno aperta - racconta - ci hanno salvato dalla fame, ci hanno dato lavoro. Quando eravamo piccoli ci davano il rancio, i grembiuli e le coperte. Perché a Perdas eravamo tutti abbastanza poveri». «Sì, ha ragione - aggiunge Francesca Locci - ma poi, evidentemente, hanno anche inquinato».

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