Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
I sostenitori del nucleare non vogliono arretrare neppure dopo Fukushima
09/05/2011
autore: SILVIA SANNA
VERSO IL REFERENDUM «Sì» unanime nell’isola contro le centrali ma oltre il Tirreno gli avversari restano forti
SASSARI. Costa meno e non inquina. E poi, permette di acquisire l’autosufficienza energetica: fatto che, considerato l’imminente esaurimento dei combustili fossili, è tutt’altro che da sottovalutare. E del nucleare non bisogna avere paura, perché non è un mostro
: i pericoli sono minimi, e per elevare ulteriormente il livello di sicurezza è fondamentale gestire direttamente le centrali, dunque meglio costruirle a casa nostra
. Dicono questo i favorevoli all’energia atomica, pochi nell’isola, di più oltremare. Sono politici, scienziati, industriali, fisici. Ai sardi che si preparano al referendum del 15-16 maggio danno un consiglio: «Votate a favore, non fermate il progresso». Ma vista l’aria che tira, è difficile che vengano ascoltati.
In vista dell’appuntamento con le urne, nell’isola cresce la mobilitazione. La partecipazione si annuncia alta, anche per la coincidenza con le elezioni amministrative in diversi comuni, tra cui Cagliari e Olbia. L’election day sarà anche il giorno del referendum sul nucleare, il primo dopo Fukushima, e forse l’unico: sarà la Cassazione a decidere se a giugno (12-13) si farà quello nazionale, dopo la moratoria del governo Berlusconi. I sardi contrari al nucleare dovranno votare Sì, i favorevoli No. Il governatore Ugo Cappellacci, Pdl, ribadisce l’importanza di andare a votare e di bocciare il nucleare (anche se in realtà il referemdum, come tutti quelli regionali, è solo consultivo): «Il nucleare appartiene al passato, noi abbiamo il dovere di costruire un futuro pulito per la nostra terra e per le generazioni che verranno». Un futuro in cui l’energia arriva dal sole e dal vento, che in Sardegna non mancano. Però non bastano, dice
Carlo Giovanardi, Pdl, ex ministro, ora sottosegretario alle Politiche per la famiglia. Lui, che ha vissuto per anni a poca distanza dalla centrale di Caorso (Piacenza), nella sua Emilia, non ha dubbi: «Il nucleare è il futuro, gli altri paesi europei l’hanno capito da un pezzo. Solo l’Italia è rimasta indietro, sarà perché siamo più intelligenti o più somari?». Buona la seconda, dice Giovanardi, che a proposito del referendum in Sardegna, «ah, da voi si farà?», dice questo: «Se lo facessero per costruire una centrale a Modena, a casa mia, io sarei favorevole». Cappellacci dunque sbaglia a dire no? «I governatori sono condizionati dall’opinione pubblica, terrorizzata da quello che sente in tv e legge nei giornali», aggiunge il sottosegretario, che a proposito dell’ecatombe giapponese dice: «A provocare 20mila morti è stato il sisma, non la centrale di Fukushima, che non ha causato alcun decesso». Per ora, viene da aggiungere. Ma nel frattempo, secondo Giovanardi, il nucleare è fondamentale: «Perché le energie rinnovabili da sole non bastano e i costi dell’energia sono alla base della grande crisi economica del nostro Paese». E le prospettive sono ancora più inquietanti: ne è convinta l’astrofisica
Margherita Hack, che due mesi fa ha sollevato un polverone consacrando la Sardegna terra ideale per ospitare una centrale nucleare. Il motivo: «È l’unica regione completamente asismica», dunque è la più sicura. Poi la Hack ha corretto il tiro, «ovviamente la popolazione deve essere d’accordo», ma la sostanza è rimasta: «Non ci sono alternative, petrolio e metano si esauriscono, le rinnovabili non bastano. L’energia nucleare è una necessità». La pensava così anche
Umberto Veronesi, oncologo, ex ministro, direttore dell’Istituto europeo di Oncologia. L’estate scorsa, intervistato dalla Nuova in occasione di un convegno ad Alghero, aveva detto: «Io non avrei problemi se avessi una centrale nucleare sotto casa». Dopo Fukushima, Veronesi ha scelto di tenere un profilo basso: nessuna dichiarazione netta sulla bontà del nucleare, l’incidente deve avere dato da pensare anche a lui. È rimasto sulle sue posizioni invece
Chicco Testa, ex antinuclearista, ora presidente del Forum Nucleare: l’ex attivista di Legambiente, già presidente dell’Enel (dal 1996 al 2002), dopo essere stato dirigente del Pci, dice che i tempi sono cambiati, che «c’è un bisogno di energia enorme, l’Italia importa dalla Francia elettricità prodotta dal nucleare equivalente a 8 centrali, in totale dipendiamo per l’85 per cento dalle importazioni». E poi l’invito agli ambientalisti “attenti a ogni piccolo incidente nucleare”: «Fate il conto su quanta gente muore nelle centrali idroelettriche o nei pezzi di petrolio». Dunque, se bene ha fatto il governo a prendersi una pausa dopo Fukushima, secondo Testa il discorso deve essere riaperto, e senza perdere troppo tempo. Così la pensa anche il ministro allo Sviluppo Economico
Paolo Romani che a proposito della moratoria dice: «Abbiamo fatto una scelta responsabile ma difficile, perché noi siamo nuclearisti convinti». Ma dopo quanto accaduto in Giappone «era necessario fermarsi e riflettere». Però la porta all’atomo resta aperta, come si augura anche l’ex ministro
Claudio Scajola, al timone dello Sviluppo economico nel 2008, quando venne varato il programma per il nucleare: «Le famiglie italiane pagano di elettricità il 30 per cento in più della media europea, il 60 per cento in più della Francia. E non è possibile abbassare i costi senza una quota significativa di energia nucleare». Sulla questione sicurezza: «La centrale in Giappone ha resistito al terremoto ma non allo tsunami. Dalle nostre parti è impossibile che si verifichino maremoti di quelle proporzioni». Niente strumentalizzazioni, no a paure ingiustificate, dice anche
Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economicio, con delega per l’Energia: «Il governo ha preso tempo, lavoreremo sulle migliori tecnologie. Il nucleare è fondamentale, anche perché i paesi da cui ci approvigioniamo sono politicamente instabili. Abbiamo visto cos’è successo in Libia». Saglia, che la Sardegna indirettamente la conosce essendosi occupato per mesi della vertenza Vinyls, sul referendum sceglie di non pronunciarsi: troppo delicato il tema, in una regione che vive una pesante crisi economica e vede l’industria crollare a pezzi. Un’isola che oggi sembra avere bisogno di tutto tranne che di una centrale atomica.
«Qui non serve, nel resto d’Italia perché no?» PIRO (OLBIA) SASSARI. Una centrale nucleare in Sardegna non serve, perché la popolazione è scarsa e l’isola produce energia a sufficienza: la centrale è meglio realizzarla dove c’è più bisogno. Lo dice Marco Piro, 34 anni, agronomo, esponente Pdl, assessore all’Ambiente uscente del comune di Olbia (giunta Giovannelli), in corsa per le amministrative del 15-16 maggio (candidato sindaco Nizzi). Piro non è contrario al nucleare a priori, anzi: «Non inquina, produce energia a costi inferiori», dice. Per questo si oppone all’eventualità di costruire una centrale in Sardegna, «non viviamo di industria, abbiamo un’altra idea di sviluppo, legata al paesaggio e all’ambiente», ma non farebbe le barricate contro la scelta di ospitarne, una o più, nella Penisola. Dunque, è possibile che ai referendum Piro si sdoppi: sì a quello sardo, per dire no al nucleare nell’isola, voto opposto a quello nazionale (se ci sarà). L’opinione dell’ex assessore non è cambiata dopo Fukushima: «Una catastrofe, che però è servita a sollevare il problema della sicurezza. Per questo il governo italiano ha fatto bene a disporre una moratoria: la questione va approfondita, serve un ragionamento. Soprattutto, bisogna avere la certezza che le eventuali centrali saranno di ultima generazione. E quella di Fukushima non lo era». Con l’utilizzo della tecnologia moderna, secondo Piro, le centrali saranno sicure: «E, in ogni caso, non ha senso dire che non le vogliamo in Italia per evitare rischi. L’energia atomica è utilizzata dai paesi confinanti, dunque in caso di incidenti anche l’Italia sarebbe inevitabilmente coinvolta».
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