Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Spiagge ai privati, scelta che ipoteca il futuro di tutti

08/05/2011

autore: Antonio Canu

E’ almeno singolare che all’interno del «Decreto sviluppo» del governo ci sia anche la norma - sul diritto di superficie - che di fatto privatizza per 90 anni una buona fetta delle nostre spiagge. Cioè, facendo qualche rapido calcolo, 900 chilometri su 4.000 complessivi di arenili, già occupati da 12.000 stabilimenti balneari, tra l’altro più che raddoppiati in meno di dieci anni. Un numero che è destinato a salire perché le potenzialità che si aprono con la neo norma sono appetibili a nuovi imprenditori. Si può allora parlare di sviluppo? Se intendiamo quello di una categoria economica - i gestori degli stabilimenti - che già si è arricchita, e molto, sfruttando e a volte abusando di un bene di tutti, diciamo che sì, il decreto funziona e anche alla grande. Ma per il resto?
 E’ stato fatto uno studio o elaborato proiezioni, possibili scenari? Il ministero dell’Ambiente ha avuto un ruolo attivo in questa decisione? Chi ha voluto questa norma conosce lo stato delle nostre coste, già andate perdute per due terzi? Sa dell’erosione in corso che interessa il 42% delle spiagge italiane e che spesso è conseguenza proprio di un uso improprio delle stesse? Sa che proprio gli stabilimenti contribuiscono a impoverire l’ambiente costiero, dal momento che la loro gestione si basa sull’appiattire il paesaggio, togliendo elementi naturali fondamentali per la vita delle spiagge a cominciare dalla vegetazione? E’ stato poi valutato quanto una decisone del genere influisce sul turismo? Se la quantità in termini di servizi e flussi di oggi può mettere a rischio la qualità di domani e quindi bruciare una risorsa? Soprattutto ora che il trend è quello di un sempre maggior numero di viaggiatori che predilige luoghi meno antropizzati, più naturali? In una situazione normale ci si aspetterebbe che un bene collettivo fosse protetto e fatto fruire in modo sostenibile e alla portata di tutti. Un Paese che guarda al futuro dovrebbe conoscere i limiti delle proprie risorse e adeguarsi ad esse. Un Paese che vuole essere all’avanguardia e magari punto di riferimento in regioni strategiche, qual è il Mediterraneo, dovrebbe investire nella tutela e nel recupero del territorio, del paesaggio, degli ambienti naturali soprattutto se a rischio.
 Gli effetti di questo decreto li conosceremo presto. Il problema è che per quasi un centinaio d’anni le sorti del nostro patrimonio saranno in mano di pochi. E che quindi ci sarà poco da fare, se non sperare in qualche misura riparativa. Visto l’andazzo è quindi urgente dedicarsi a salvare gli ultimi spazi liberi sopravvissuti e da oggi minacciati prima che un’altra misura sullo sviluppo ne decreti la fine.

Chiavi di questa notizia: Ambiente