Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Il teste: «Era in missione per imparare»
14/04/2011
autore: G. Cen
Nelle parole di Condorelli la ricostruzione dell’incidente
CAGLIARI. I funerali di Pierpaolo Pulvirenti, se il pm darà il nulla osta, si terranno domani mattina a Catania. La salma, accompagnata dai genitori, partirà con un aereo dei Moratti alla volta del capoluogo etneo già stasera. Ad accogliere il ragazzo amici e colleghi. Qui rimarranno rabbia e polemiche su quei maledetti momenti che hanno provocato la morte del giovane operaio.
Ha lasciato la rianimazione ed è stato trasferito in Medicina Gabriele Serranò l’operaio intossicato dall’idrogeno solforato. I parametri vitali sono nella norma. Luigi Catania, il più anziano ed esperto dei tre, fratturatosi una gamba cadendo da una scala mentre cercava di soccorrere i compagni, dopo essere stato ascoltato dai carabinieri è tornato in Sicilia. Tocca a Innocenzo Condorelli, direttore tecnico della Star Service raccontare come si sono svolti i fatti. «Pierpaolo era a supporto degli altri due, era giovane e inesperto, è salito per vedere come si apre un “passo d’uomo”. Ogni anno portiamo sempre qualche ragazzo nelle raffinerie per fargli vedere come si lavora; lui non era un operativo. Mentre era lì a guardare è stato investito dal gas, mortale anche a dosi molto basse. Con lui il figlio del capocantiere, più esperto, anche se di poco. Catania ha aperto il portellone e la manovra lo ha messo in posizione meno esposta ai fumi e più vicina al punto di fuga. Pulvirenti è stato il primo a ricevere la nuvola mortale ma l’ultimo a essere soccorso, proprio per il ridotto spazio della piattaforma dopo l’apertura dello sportello. Il punto è che il permesso di lavoro non prevedeva l’uso di maschere con i filtri speciali, né la cintura di sicurezza, proprio perché era una operazione sicura, innocua, al punto che vi abbiamo fatto salire un principiante, per fargli fare esperienza. Le maschere speciali erano a terra. Per fortuna che avevano le cinture di sicurezza, perché così i loro colleghi sono riusciti a calare i due feriti più rapidamente». Le dichiarazioni di Condorelli puntano il dito contro un sistema di procedure e controlli giudicato troppo affidato alle macchine e poco agli uomini. «Lavoro dal ’90 in questi impianti e non c’erano certo i quadrivalenti (piccole scatolette salvavita che segnalano i rischi di esplosione o la presenza di gas venefici anche a bassissime dosi): avevamo solo scarpe e casco, ma il caporeparto, e il responsabile dell’impianto seguivano personalmente tutte le fasi di bonifica e messa in sicurezza; erano lì, e se c’era qualcosa di anomalo fermavano tutto. Adesso ci si affida ai rapportini e a protocolli che sono corretti solo in teoria, ma che senza alcuna flessibilità risultano essere un danno, non un vantaggio per i lavoratori. Non può essere il computer a decidere in quanto tempo devono essere eseguite certe operazioni perché le variabili sono infinite. Chiederemo più partecipazione attiva alle decisioni sugli interventi e meno carte». Curiosamente la stessa posizione del sindacato.
E così a essere in crisi, oltre all’immagine, c’è anche il modello-Saras, che fa della ricerca spasmodica e costante delle migliori condizioni di sicurezza un vanto. Risulta che le procedure di sicurezza negli spazi confinati, quelli ad accesso limitato, erano state cambiate proprio dopo l’incidente di due anni fa. Dall’azienda queste modifiche vengono presentate come un rafforzamento dei vincoli procedurali e operativi: la realtà ha detto l’esatto opposto.
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