Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Saras, morto l’operaio 25enne intossicato
13/04/2011
autore: GIUSEPPE CENTORE
LA TRAGEDIA DI SARROCH Fuori pericolo gli altri due feriti L'arrivo dei Moratti: «Profondo dolore»
Non ha mai ripreso conoscenza dopo aver respirato un gas nocivo. I sindacati: gravi errori
CAGLIARI. Poco prima delle cinque di ieri mattina, il cuore di Pierpaolo Pulvirenti ha cessato di battere. Il venticinquenne operaio della Star Service che lunedì ha respirato l’idrogeno solforato uscito da una delle colonne dell’impianto Dea2 è morto senza riprendere conoscenza.
La sua morte ripropone il dramma della sicurezza, della poca sicurezza che si vive nei luoghi di lavoro, e apre una frattura profonda tra lavoratori, sindacati e impresa, questa volta inequivocabilmente sul banco degli imputati. La dinamica dell’incidente è chiara, e le testimonianze di coloro che lunedì sera erano intorno alla colonna e dei colleghi dei tre operai coinvolti (gli altri due non corrono pericolo di vita) confermano che qualcosa non è andato per il verso giusto.
La dinamica. Gli operai della Star Service, azienda con base ad Augusta e cuore nella raffineria di Priolo, hanno aperto uno dei tre “passi d’uomo” collocati ad altezza diversa nella colonna per avviare le procedure di manutenzione. Il loro intervento è iniziato dopo il via libera, cartaceo, avuto dalla Saras, e in particolar modo dal settore che si occupa di rilasciare i permessi di lavoro, e dopo prove ambientali, si presume anche esse messe nero su bianco, dei tecnici Saras, che dovevano certificare l’assenza di pericoli: nel nostro caso nessun gas in pressione, tantomeno nocivo come l’idrogeno solforato. Solo dopo questi via libera, ironia della sorte passati al vaglio dal capo cantiere della Star Service, il padre di Gabriele Serrano, l’operaio anch’egli investito dal getto velenoso, i tecnici potevano effettuare le prime attività. «Di solito in queste colonne si opera prima dall’apertura superiore, e poi si passa a quella inferiore, per consentire “l’effetto camino” in caso di presenza di fumi o vapori pericolosi a maggior ragione in pressione. E invece - ha detto William Schirru, delegato della Filctem-Cgil - mi risulta che l’ordine di intervento non sia stato quello abituale. Ma in ogni caso è evidente che dentro quella colonna non ci dovevano essere quei fumi, e chi ha consegnato l’impianto bonificato e verificato solo a parole ha commesso un errore non perdonabile».
Azienda e sindacato. La famiglia proprietaria della Saras è arrivata ieri mattina con una delegazione composta da Angelo, vicepresidente, e dai consiglieri Angelo Mario e Gabriele. I tre, figli di Gianmarco e Massimo, hanno fatto visita ai due feriti e messo a disposizione un aereo della loro flotta per far arrivare a Cagliari i parenti dell’operaio morto. Nessun contatto con la stampa, ma solo una breve e asciutta nota ufficiale nella quale si esprime «profondo dolore» per l’incidente definito «tragico evento» sul quale «sono in corso accertamenti sulla dinamica e le cause, sia da parte della società che da parte delle autorità competenti». Alle parole dei Moratti risponde indirettamente la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, che parla di «situazione particolarmente drammatica, visto che siamo di fronte al ripetersi di una strage già avvenuta alla Saras».
Le responsabilità. Questa volta testimonianze e dinamica forniscono una prima risposta e puntano il dito sul committente. «È come se chiamassimo un elettricista a casa e gli chiedessimo di intervenire sulle prese a muro, garantendogli di aver staccato la corrente. E invece non lo facciamo». Il segretario della Camera del Lavoro della Cgil, Nicola Marongiu, usa questa metafora per spiegare cosa sia successo lunedì sera. La corrente, cioè il gas velenoso, era ancora sotto pressione nella colonna. «I dirigenti della Saras che abbiamo incontrato - hanno detto i sindacalisti al termine di una riunione in Confindustria - erano sconcertati per la dinamica dell’incidente. Hanno ammesso di aver sbagliato. Per questo dobbiamo fermarci e capire cosa realmente sia successo, per far sì che il sistema della sicurezza venga rivisto». La catena della sicurezza, quel complesso di procedure che obbliga a mettere insieme in una sequenza precisa tutte le autorizzazioni di diversi uffici prima di mettere mani all’impianto, è saltata.
Sarà la magistratura ad accertare se esistono responsabilità gestionali o solo personali, ma quel che è certo è che la faticosa ricostruzione del modello Saras, messo in crisi dopo i tre morti del 2009, deve iniziare daccapo.
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