Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Yacht nel Temo e stop alle inondazioni: lavori in corso a Bosa

21/03/2011

autore: GIAMPAOLO MELONI

LE RUSPE SBANCANO CAPU D’ASPU

BOSA. Il mare sospinto dal vento di maestrale porta sulla banchina una sensazione di pericolo incombente. Certo, le dimensioni non sarebbero quelle del Giappone, ma il rischio di fare i conti con l’ira del Temo e del mare che si mescolano e uniscono contro Bosa si avverte. Si teme. Del resto la cittadina, proprio tutta, è racchiusa in un perimetro di rischio idrogeologico di livello 4, il più alto in Sardegna.
 La piena del fiume, le acque rovesciate dai monti, il blocco se non addirittura la corrente contraria esercitati dal mare, combinati insieme potrebbero sommergere tutto in tempi rapidi. Del resto è una storia lunga: dal 1953 si contano undici inondazioni. C’è un piano di contromisure. Il Comune lo sostiene e lo ha avviato. Per Bosa vale come una grande scommessa. Diventare la piccola Costa Smeralda dell’ovest? Sembra più realistico il richiamo a una Venezia della Planargia.
 «Comunque sia, abbiamo la determinazione necessaria per crescere e affermare le potenzialità turistiche della nostra città», dice il sindaco Pier Franco Casula. L’obiettivo è diventare l’unica città sarda con porto fluviale dotato di ormeggi, servizi e una capacità di navigazione interna fino a sette chilometri, all’incirca la Chiesa di San Pietro, nel cuore dell’abitato.
 Intanto il treno è partito, suscitando qualche curiosità quando sulla foce sono comparse trivelle e cantieri galleggianti, nello specchio di mare tra la torre aragonese e l’Isola Rossa. Chi guarda verso il mare vede a sinistra il muraglione dei Caduti di Cefalonia che racchiude la spiaggia di Bosa Marina, sull’altro lato la roccia e una lingua di roccia che si estende sulla foce, è Capu d’Aspu (capo della spuma, la schiuma formata dall’infrangersi delle onde). Questo budello lungo meno di cento metri dovrà essere sbancato, spiegano i tecnici, in modo da formare una area di calma racchiusa dalla nuova diga foranea, un braccio costruito con le rocce naturali che arginerà le onde di 6 metri generate dal maestrale e che si spingono in risalita sul Temo per due chilometri e mezzo provocando disastri a ogni temporale, come due anni fa. La diga completa sarà lunga settecento metri, quattrocento già costruiti. Quando Capu d’Aspu sarà eliminato, da sponda a sponda ci saranno sessanta metri, contro i trenta attuali. La roccia lavica sulla costa destra, Poggiu ’e Columbos, resterà distaccata per circa 50 metri dalla nuova diga. Lo ha imposto la Soprintendenza per salvare intatto il profilo naturale della costa.
 La dinamica dei lavori ha innescato qualche perplessità: «L’opera è necessaria e non lo discuto. Contesto i tempi, la scansione degli interventi: non possono eliminare Capu d’Aspu e poi completare la diga, devono fare il contrario. Se qui arriva una mareggiata, da maestrale o soprattutto da libeccio porta via tutto». Il tutto di Vincenzo Piras è in primo luogo la costruzione galleggiante sede del suo Diving Center. A ogni bufera gli cascano accanto massi di tonnellate. Insomma, una questione di buonsenso, dice, che ha segnalato anche al prefetto e qualche anno fa all’allora assessore regionale dei Lavori pubblici Mannoni (giunta Soru).
 Si oppone di netto Antonio Cossu, con la veste di comitato cittadino attraverso un sito internet attacca gli aspetti tecnici del progetto che, sostiene, provocherebbe solo maggiore inquinamento. Contestazioni che il sindaco liquida così: «Queste opere non si discutono con le prove dell’innaffiatoio».
 Alla foce sicura tengono molto gli operatori del mare. «Quando c’è appena forza 3 di qui non si può uscire, per noi sono giornate di lavoro perso», osserva Giuseppe Sotgiu, presidente della Cooperativa pescatori Stella maris. Ventidue soci, una ventina di barche attrezzate, lavoro di medio risultato economico. «Abbiamo necessità di poter risalire il fiume e lavorare meglio anche nel rimessaggio». A lavori finiti diventerà operativo anche il nuovo e vicino mercato ittico.
 Benefici si vedono anche all’orizzonte turistico. Yacht di lusso si vedono spesso in rada. «E questo può diventare un buon rifugio anche per barche di dimensione importante», conferma il tenente di vascello Renato Signorini, giovanissimo comandante dell’Ufficio circondariale marittimo ospitato in una suggestiva palazzina dell’Ottocento alla quale male non farebbe una buona cura di salubrità estetica. Né sbaglierebbe la Regione a restituire una funzione turistica e culturale al faro, piegato all’abbandono da quando il segnale nautico è stato dismesso. Venti persone in servizio, due unità navali (una motovedetta e un gommone veloce per interventi urgenti sottocosta), l’Ufficio deve governare quaranta chilometri di costa. Una enormità. «Ma di grande soddisfazione - dice il comandante ricordando il sigillo assegnato l’anno scorso da Legambiente per la qualità speciale del mare -. Il ruolo della banchina fluviale non potrà che portare benefici alla navigazione, alla crescita dei navigli, del traffico commerciale». Che le opere alla foce del Temo siano indispensabili lo sostengono anche alla società Porto Bosa Spa che ha in gestione una parte delle concessioni per il diporto sul Temo, duecento posti barca. Accanto, c’è la concessione di un imprenditore interamente privato, la Nautica Pinna, che gestisce altri duecento posti barca. «Noi siamo all’interno e già più protetti rispetto alla foce - spiega Angelo Stara, avvocato, rappresentante della società mista pubblico-privata titolare della concessione nella quale la maggioranza privata sono i Molinas, gli imprenditori tempiesi del sughero -. La diga sarà una ulteriore protezione dal libeccio. Il previsto banchinamento fino al Ponte vecchio renderà il fiume navigabile anche per imbarcazioni di venti metri. Il problema sarà di trovare le condizioni per ospitare anche piccoli yacht di 25 metri». Ci pensano anche al Comune e si ipotizza di allestire un sistema di servizi alla foce per ovviare all’impedimento dei bassi fondali, che tuttavia dovranno essere dragati fino a una profondità media di quattro metri dalla foce al Ponte Vecchio. Anche sulle concessioni c’è una controversia aperta. Su ricorso dei Pinna, il Tar ha annullato la gara per quella a gestione mista, i Molinas hanno fatto appello al Consiglio di Stato che ha sospeso la sentenza e dal quale si attende ora il verdetto. «Noi, che siamo presenti nella Porto Bosa con il 20 per cento delle azioni, siamo rimasti fuori dal contenzioso - spiega il sindaco -. Siamo però convinti che si debba fare spazio almeno al 15 per cento di azionariato diffuso». Le attenzioni sono rivolte al grande progetto che porterà Bosa fuori dai perimetri della zona a rischio. La diga di Monte Crispu, la diga alla foce, il banchinamento intero del fiume dall’abitato al mare, la spalletta (il muro di protezione) su tutto il tragitto, la deviazione del canale S’Aledesu che scarica a mare le acque della montagna, sono le prime opere nella scala degli interventi. Un investimento che si aggira sui trenta milioni. Sette dei quali sono disponibili. Lì arriverà la svolta anche nello sviluppo edilizio ora paralizzato dal rischio idrogeologico. Il sindaco libera subito il campo dalle ombre della speculazione: «Non vogliamo stravolgere il Puc ma sbloccare le sue potenzialità». Vuol dire: 800mila metri cubi in più di volumetria nel centro storico, altri 600mila non ancora edificati nella zona di espansione. Più l’alberghiero nella borgata marina. Come dire: c’è spazio per un’altra Bosa. Questa settimana partono due cantieri per i sottoservizi: investimento di 550mila euro per il centro storico.

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