Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Uranio, chiuse due inchieste

25/02/2011

autore: MAURO LISSIA

RISCHIO TUMORI
La Procura di Cagliari: «Nessuna traccia a Quirra»

CAGLIARI. Due inchieste della Procura cagliaritana smentiscono che nell’area di Quirra esistano tracce di uranio impoverito e che il metallo radioattivo provochi l’insorgenza di malattie tumorali.
 La prima indagine risale a quasi cinque anni fa, un’attività precedente a quella avviata dal procuratore capo di Lanusei Domenico Fiordalisi, condotta in silenzio assoluto con l’apporto di specialisti di primo piano: finì in archivio dopo che i consulenti del procuratore aggiunto Mario Marchetti esclusero la presenza di uranio attorno al poligono interforze di Perdasdefogu e a quello a mare di San Lorenzo. C’era solo arsenico, residuo dell’estrazione ottocentesca dell’argento. L’altra si è conclusa pochi mesi fa: ancora un’archiviazione richiesta dal pm Marchetti, stavolta - l’ipotesi era omicidio colposo - sulla possibile correlazione tra l’uso dei proiettili a uranio impoverito in Kossovo e il morbo di Hodgkin di cui morì il 4 febbraio 2004 il caporal maggiore Valery Alexandre Melis. Qui la Procura ha lavorato su carte ufficiali e studi scientifici accreditati, per arrivare a conclusioni che fanno riflettere: «Allo stato attuale delle conoscenze - scrive Marchetti nella richiesta di archiviazione trasmessa all’ufficio del gip - non appaiono sussistere elementi a supporto dell’ipotesi di un ruolo di munizioni a uranio impoverito nelle patologie osservate tra i militari dislocati tra i Balcani». Fonti dell’inchiesta sono state la commissione Mandelli, costituita il 2 dicembre 2000 dal ministero della Difesa con l’incarico di «accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi di patologie tumorali nel personale militare che ha svolto attività operativa in Bosnia e Kossovo». Ebbene il documento finale elaborato dalla commissione - riportato nell’atto firmato da Marchetti - indica in 42 il numero complessivo di neoplasie maligne segnalate entro il 31 dicembre 2001 fra i 43058 militari e civili che dal dicembre 1995 al 6 novembre 2001 hanno compiuto almeno una missione in quelle aree di guerra. Ma l’incidenza della malattia tumorale - riferisce la Procura - corrisponde a quella della popolazione generale, con l’eccezione del morbo di Hodgkin. Un’ulteriore ricerca condotta dall’Enea e conclusa il 30 settembre 2001 sembra escludere qualsiasi relazione tra il contatto con l’uranio impoverito e la malattia: «I dati - scrive l’Enea - non evidenziano alcuna differenza statisticamente significativa tra persone sicuramente non esposte e personale militare che ha compiuto missioni in aree dei paesi Balcanici toccate da eventi bellici recenti».
 Ma al di là dei possibili effetti dell’uranio sull’organismo umano il dato più sorprendente riguarda proprio l’assenza del metallo radioattivo nei tessuti dei soldati: è la commissione Difesa costituita a luglio 2004 dal Senato a riferire come non siano «emersi elementi che consentano di affermare che le patologie in questione siano da attribuire ad effetti tossicologici o radiologici derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti o alla contaminazione chimica dovuta a questo tipo di munizionamento». In particolare, riferisce la commissione, «non sono state riscontrate tracce di uranio impoverito in campioni istologici di militari impegnati nelle missioni balcaniche che hanno sviluppato patologie tumorali». La commissione ricorda come «quasi tutte le forme di tumore abbiano un’eziologia (origine ndr) multicausale e come in particolare l’esposizione a un ampio novero di agenti chimici, fisici o biologici possa avere effetti mutageni o oncogeni». Quindi le cause dei tumori sarebbero diverse e forse legate «alle situazioni di degrado ambientale e di inquinamento» riferite a «manufatti industriali danneggiati o distrutti dalle operazioni belliche».
 Nel caso di Valery Melis però qualcosa di anomalo ci sarebbe: è Maria Antonietta Gatti, responsabile del laboratorio dei biomateriali dell’università di Modena e Reggio, a riferire come nello sperma e in una neoformazione sopraclaveare riscontrata nella salma del soldato sardo siano stati trovati «corpi estranei, microdimensionati, di chimiche diverse» e poi un composto di cerio, lantonio, neodimio, ferro e calcio che la ricercatrice definisce «strano». Si tratterebbe di un composto debolmente radioattivo, ma la Gatti - scrive Marchetti nel documento conclusivo dell’inchiesta giudiziaria - non afferma affatto di aver riscontrato «una correlazione causale tra l’insorgere della patologia del Melis e una contaminazione da uranio impoverito, di cui non v’è traccia nei reperti biologici e patologici del militare». Ma solo la presenza di nanoparticelle di diversi composti «non biodegradabili e sicuramente non biocompatibili». Se Valery e gli altri reduci dai Balcani fossero entrati in contatto con l’uranio impoverito se lo sarebbero portato addosso per il resto della loro vita. Quindi i micidiali proiettili destinati a bucare i corazzamenti dei carri armati sono stati usati, ma i residui del terribile metallo radioattivo sembrano essersi dissolti nel nulla.

Chiavi di questa notizia: Inquinamento