Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Via il calcare dal Parco, 6 operai licenziati

24/02/2011

autore: Andrea Massidda

L'attività estrattiva, nonostante sia ancora redditizia è vietata in aree naturalistiche come Porto Conte
Sfrattata dopo 40 anni la cava del Monte Sirai: i lavoratori perderanno il posto

ALGHERO.
Sei lettere di licenziamento sono state consegnate in questi giorni ad altrettanti lavoratori in forza da parecchi anni alla società Camac, di proprietà dei Visconti, famiglia di imprenditori molto nota. A perdere il posto saranno gli operai specializzati che sin dal 1970 estraevano calcare dalla cava di Monte Sirai, a nord della città. Calcare che poi, sempre in loco, veniva riconvertito in inerti e materiali per l’edilizia utilizzati per costruire gran parte dei nuovi quartieri di Alghero e tantissime strutture alberghiere e abitative della provincia. Il bello - si fa per dire - è che l’attività non cessa perché poco remunerativa o fallimentare, ma perché un vincolo indiscutibile contenuto nella legge regionale che istituisce il Parco naturale di Porto Conte (precisamente la numero 4 del 1999) vieta all’interno dello stesso parco «tutte le attività e le opere che possono compromettere la conservazione del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati». È preservata in particolare la flora e la fauna, ma non sono consentite, appunto, nemmeno le attività estrattive. Così, la cava - che nel 1998 aveva ottenuto per dieci anni la concessione - è destinata a chiudere. E gli operai, ai quali era sempre stata garantita una regolare busta paga, si ritrovano a spasso. Tanto che ora lanciano uno straziante appello alle istituzioni: «Visto che siamo destinati ad aumentare le fila delle famiglie che si presentano ai servizi sociali del Comune per farsi pagare le bollette, chiediamo all’amministrazione di Alghero e soprattutto all’Ente Parco di essere assunti a lavorare per il Parco o almeno che ci considerino con la stessa importanza dei cinghiali ai quali abbiamo dovuto lasciare spazio». Facile a dirsi.
 Eppure qualche soluzione ci sarebbe. Una, a dir la verità, piuttosto lunga e farraginosa, se non addirittura intempestiva. Un’altra decisamente più snella e fattibile, sempre a patto che ci sia davvero la volontà politica di accelerare la pratica.
 La prima via d’uscita prevede che il Parco regionale di Porto Conte elabori una cosiddetta riperimetrazione dell’area lasciando fuori dai suoi confini la cava. A questo punto la Regione, attraverso un suo ente che si occupa delle valutazioni d’impatto ambientale, potrebbe rilasciare un parere positivo per la continuazione dell’attività estrattiva. Peccato però che i termini per una simile operazione siano praticamente scaduti nel settembre scorso, quando una delibera ha di fatto messo la parola fine a questa possibilità. Nel senso che ripercorrere la strada burocratica già bloccata a Cagliari con un provvedimento comporterebbe un tempo irragionevole di attesa.
 La seconda soluzione arriva invece direttamente da Casa Gioiosa, sede della direzione del Parco. «Sono convinto - spiega Vittorio Gazale, direttore del Parco - che il futuro della cava di Monte Sirai non possa che sfociare in un grande progetto di rinaturalizzazione, tra l’altro obbligatorio. Un progetto che, qualora l’impresa Camac lo ritenesse opportuno, potrebbe essere svolto dalle stesse maestranze sino a oggi coinvolte nell’estrazione del calcare». Una riconversione in chiave ambientalistica e turistica, dunque. «Immagino - continua Gazale - l’avvio di attività eco-compatibili come quelle ricreative, sportive e legate alla fruizione del parco. Del resto per un’azienda che si occupa prevalentemente di turismo (i Visconti sono proprietari dell’Hotel Catalunya e in parte del Hotel Punta Negra - ndr) un percorso di questo tipo non dovrebbe essere troppo complesso da affrontare».

Chiavi di questa notizia: Aree protette