Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Così Sassari perde la sua memoria
18/02/2011
autore: LUIGI SORIGA
Il Piano Casa sconfigge ogni vincolo tranne quelli della Sovrintendenza
SASSARI. La scadenza di aprile si avvicina e la Regione è pronta a rilanciare il Piano Casa, a dare risposta alle 5000 domande inevase. Sassari, davanti a questa prospettiva, trema.
Forse perché è una città che ha subito troppe amputazioni, e il dolore da arto fantasma è rimasto indelebile. Le palazzine liberty sbriciolate sono antiche ferite che sanguinano ancora. I vecchi cortili con palme e agrumeti sono brandelli di storia estirpati. In cinquant’anni tutto ciò che si è potuto distruggere è stato distrutto, spazzato via da un’urbanistica che ha sempre tirato dritta per la sua strada, senza mai fermarsi a riflettere sull’identità e sul paesaggio. Ecco perché in questa città, più che in altre, ogni ruspa che fa calare la sua mannaia resuscita quella fitta. Ecco perché il Piano Casa, a Sassari, tocca nervi scoperti e fa discutere.
Le ultime due storie sono di qualche settimana fa. La prima riguarda un progetto di demolizione di un cortile e di alcuni vecchi garage, che faranno posto a un sobrio edificio di due piani. Niente di eclatante, se non fosse che il nuovo cemento è pronto a germogliare in Piazza d’Italia, cioè nel salotto della città, proprio accanto alla scalinata del palazzo della Provincia, sotto l’espressione marmorea e corrucciata di Vittorio Emanuele. Come è stato possibile autorizzare una roba simile? Che fa la Soprintendenza? Ai sassaresi è suonata come una bestemmia e anche il sindaco ha provato un brivido lungo la schiena: ha toccato con mano la capacità di penetrazione del Piano Casa, che si infila in ogni interstizio e non prova soggezione nemmeno di fronte ai simboli.
Esempio: se domani un impresario decidesse di presentare un progetto di abbattimento e ricostruzione del nuovo grattacielo, non è escluso che in tre mesi riesca a farselo approvare. Poi non resta che radere al suolo i 20 piani, creare due livelli di parcheggi interrati, predisporre una coibentazione e abbattere del 20% la dispersione termica, guadagnare un bonus di cubatura del 35% e piantare nel cuore della città una torre da 27 piani.
La seconda storia, invece, riguarda via Risorgimento, cioè la zona ottocentesca a ridosso di viale Italia. Il palazzo giustiziato, a dire il vero, non era un capolavoro dell’architettura. Linee essenziali del primo Novecento, finestroni, profilo squadrato, e un bel giardino protetto da un muraglione dal quale spuntavano i ciuffi delle palme. Lo hanno buttato giù, di buon mattino, in poco più di 2 ore: la gente, a pochi passi dal cantiere, impietrita come davanti a un’esecuzione. E chi non aveva assistito in diretta al lavorio delle benne, poi ha trasecolato per quello schiaffo di luce, per quelle macerie e per quell’inaspettata mutilazione estetica. Il fatto è che lo sguardo si abitua e si affeziona a certi panorami urbani, ai ritmi fatti di pieni e di vuoti. Interrompere quell’equilibrio produce sofferenza. Così tutti a puntare il dito contro il sindaco, incapace di tutelare pezzi di passato. E Gianfranco Ganau, che dal 2009 aveva storto il naso di fronte al Piano Casa, non ci sta a passare per chi consegna la città alla cementificazione. «All’inizio avevamo pensato di impugnare la legge - dice - Avevamo chiesto un parere legale agli uffici. Ma il Piano Casa regionale recepisce una normativa sovraordinata nazionale, e anche se calpesta le prerogative dei Comuni in materia di pianificazione urbanistica, non c’è un sicuro appiglio giuridico sul quale fare leva. Non potevamo spuntarla, e infatti nessun comune ha avviato un contenzioso». Così tutto quel lavoro certosino di 4 anni che ha partorito i piani particolareggiati delle zone A (centro storico) e delle zone B (via Roma, viale Italia ecc.), ora è quasi carta straccia. Ogni costruzione era catagolata, ogni altezza misurata, ogni cortile censito, ogni palazzo di interesse architettonico segnalato. I paletti per l’edilizia erano rigorosi, posizionati uno per uno con il parere della Soprintendenza. Invece il Piano Casa fa poca differenza tra la zona ottocentesca, la valle del Rosello o il quartiere popolare del Monte. Passa sopra i vincoli di altezza, deroga gli standard urbanistici comunali. Dice che nelle zone A si può abbattere e ricostruire i fabbricati (tranne quelli con vincolo ministeriale) eretti tra il 1959 e il 1989. Nelle zone B, invece, gli edifici over 50 non sono più specie protetta e possono essere sacrificati. A decidere il loro destino, specifica la legge, non sarà il Consiglio comunale, ma il personale tecnico. E qui il grande paradosso: il Consiglio non si può esprimere per le demolizioni (ben più impattanti), ma a lui spetta l’ultima parola sugli ampliamenti (e al centro storico di Sassari non verrà autorizzato alcun intervento di questo tipo).
Ma quando si parla di radere al suolo qualcosa, la palla passa all’ingegner Gianni Agatau. Lui, responsabile tecnico delle attività produttive, dal 2009 ha un bel peso sulle spalle. I progetti di demolizione e ricostruzione passano per le sue scrivanie. Le pratiche più complesse, quelle che coinvolgono Soprintendenza, genio civile ecc, il suo staff deve sbrigarle in 90 giorni, quelle più semplici in 20.
Deve consultare le carte, verificare la conformità normativa, spedirle agli altri soggetti e dare risposta al privato: pena omissione atti d’ufficio e cause di risarcimento per le imprese. Dice: «La legge mi chiede di stabilire quali fabbricati possono essere demoliti. Io sono il braccio operativo del Comune e quindi ho scelto di adottare questo criterio: nei piani particolareggiati approvati dal Consiglio sono specificati gli edifici dove è ammessa la ristrutturazione. Questi potranno essere demoliti». Se l’iter autorizzativo poi va avanti spedito, per una palazzina come quella di via Risorgimento non c’è scampo. La Soprintendenza non l’aveva blindata con un vincolo ufficiale e l’allegato al Puc con il censimento degli edifici di interesse storico architettonico non ha alcun valore giuridico.
«Oltre a non essere tenuto a raccordarmi con la Soprintendenza - spiega Agatau - non potrei farlo: chiedendo un suo interessamento aggraverei la procedura del privato e rischierei di ledere il suo interesse». Così in un paio di mesi l’impresa ha tra le mani le autorizzazioni, e le ruspe possono eseguire la sentenza.
Chiavi di questa notizia: Piano Casa