Rassegna Stampa
Testata: Terra

Troppi morti a Quirra, sotto accusa l’uranio impoverito

15/02/2011

autore: Gianluca Martelliano

INCHIESTA. La Procura di Lanusei indaga per omicidio plurimo, danni ambientali e omissione di controllo. Il poligono di tiro della Difesa utilizzato anche da altri eserciti e da multinazionali.

Il Capo tribù alza la mano destra come per fermare un esercito invasore. Accanto a lui la Madre dell’ucciso, piegata sul figlio morto. Fermi, immobili, di bronzo. Di fronte a loro un poligono militare in cui multinazionali ed eserciti di tutto il mondo testano armi di ogni tipo, coperti dal segreto di stato e da quello industriale. Dietro, una popolazione che continua ad ammalarsi. Quattordici persone uccise dalla leucemia in un paese di 150 abitanti. Numeri da scenario di guerra. Siamo a Quirra, piccola frazione di Villaputzu in provincia di Cagliari, sud est di una Sardegna che veste la mimetica. Il Capo tribù e la Madre dell’ucciso sono due statuette nuragiche di bronzo. Ora non ci sono più. Erano state piazzate davanti alla base dai manifestanti che il 13 febbraio hanno celebrato il giorno della Sorveglianza. “Sa die de sa vardiania”, recitava un cartello in lingua sarda. Dopo quella manifestazione resta solo il filo spinato a far da confine a una guerra fredda combattuta in un silenzio irreale.
 
Ora è tutto bloccato perché la Procura di Lanusei – che ha aperto un’inchiesta contro ignoti per omicidio plurimo, danni ambientali e omissione di controllo – ha trovato, nell’ordine: un missile con 100 chili di esplosivo impigliato nelle reti di un peschereccio, una discarica sottomarina fatta di vecchie bombe e rottami di radar e un sito abusivo pieno di bersagli. Forse non è la pistola fumante che il procuratore Domenico Fiordalisi sta cercando, ma per certi versi le somiglia. A Quirra si arriva attraverso una strada che taglia a metà un nulla dipinto di verde in inverno e di giallo in estate. Poche case. Nessuna industria. La gente viene qui a raccogliere i funghi, a fare lunghe passeggiate. Oppure, quando inizia il caldo, qualche intrepido bagnante decide di tuffarsi nel suo mare, nonostante i cartelli con il divieto di balneazione. Ci sono agrumeti. Grosse arance e limoni che i sardi ti mostrano con fierezza. C’erano, una volta, le pecore. Ora è difficile vederle: i pastori hanno paura, molti agnelli sono nati malformati.
 
C’è uno strano angelo vendicatore che si aggira per Quirra. Non ha volto né nome, e forse proprio per questo fa paura. Ha trasformato gli ovini in qualcosa che è molto difficile raccontare. Ha fatto venire la leucemia agli allevatori. Poi quell’angelo è volato su Escalaplano e il piccolo paesino non troppo lontano dal poligono si è svegliato con 14 bambini nati con malformazioni. Gli abitanti iniziano a pensare di aver commesso un qualche peccato originale. «Sono questioni genetiche», si sentono rispondere quando chiedono spiegazioni. E la colpa ricade su padri, madri, nonni e avi. A nessuno era venuto in mente di cercare possibili collegamenti con le attività di quei singolari gruppi di gitanti che percorrono spesso la strada di campagna diretta a un gigantesco “villaggio vacanze”, fatto di filo spinato e check point. Tredicimila ettari di luna park per eserciti che fanno finta di combattere una guerra vera.
 
Arrivano in mimetica, ma anche in giacca e cravatta. Impossibile vedere cosa succede oltre quell’alto muro giallo. Dal mondo dei civili si sentono solo esplosioni. Poi accade qualcosa d’imprevisto e di apparentemente lontano. «Quirra si è accorta di essere malata quando è venuta a sapere del primo militare sardo ucciso dall’uranio impoverito», racconta Mariella Cao, attivista del Comitato Gettiamo Le Basi. È il 1999 e  l’Italia sta combattendo una guerra in ex Jugoslavia. Si inizia a parlare di Sindrome dei Balcani. In Sardegna, invece, si parla di Sindrome di Quirra. Sotto accusa i proiettili all’uranio impoverito, arma potente e a basso costo capace di trasformare le corazze in burro. «Se nei teatri di guerra usavano quel tipo di proiettili – continua Cao – da qualche parte dovevano pur testarli».
 
Qualche anno dopo, nel 2001, si comincia a parlare degli effetti dell’uranio impoverito sulla salute umana. Contemporaneamente Antonio Pili, al tempo sindaco di Villaputzu, denuncia otto casi sospetti nella vicina frazione di Quirra. Otto casi su 150 abitanti e Pili, che di mestiere fa l’oncologo, si riferisce solo ai suoi pazienti. La stampa inizia ad accorgersi del caso. Così, nel dicembre 2002, il ministero della Difesa affida un’indagine ambientale all’Università di Siena. Risultato? Nulla di cui preoccuparsi. Due anni dopo, nel 2004, arriva uno studio epidemiologico commissionato dall’amministrazione di Villaputzu ed effettuato solo su due comuni. Risultato? Nulla di significativo. Nel 2006 arriva la Regione Sardegna, con un campione di 26.130 abitanti su un territorio di 10 comuni. Il periodo di riferimento è di vent’anni, dal 1981 al 2001. E lo scenario cambia.
 
Nonostante il dato risulti così ancora più diluito rispetto all’indagine precedente, si rileva una crescita di tumori del sistema linfoemopoietico. Significa mielosi e leucemie. Trentasei morti. Sopra la media, ma non abbastanza da non rappresentare una prova diretta e inequivocabile. C’è chi crede che per trovare la “pistola fumante” del killer di Quirra siano necessari altri accertamenti. «Dobbiamo permettere all’Istituto Superiore di Sanità di fare indagini epidemiologiche», tuona Giampiero Scanu, senatore sardo del Partito Democratico che ha portato, per l’ennesima volta, il caso in Parlamento. Secondo i comitati l’arma del delitto è molto più a portata di mano.
 
In effetti, per verificare se in quel territorio ci sono troppi tumori basta fare una banale operazione aritmetica. Bisogna incrociare i dati dell’indagine della Regione con le cifre fornite dall’Asl 8 sui casi a Villaputzu tra il 1998 e il 2001 e su quelli a Muravera-San Vito nell’anno 2000. Risultato? Il 75 per cento dei morti – 27 su 36 – sono concentrati in un piccolo pezzo di terra tra Villaputzu, Muravera e San Vito. Un’area, nemmeno troppo popolata, che non ha nulla attorno, se non il poligono militare. E, per la cronaca, i 14 morti di Villaputzu sono quasi tutti nella frazione di Quirra, che conta 150 abitanti.
 
Nel gennaio del 2011 arriva un’ulteriore conferma. Due veterinari dell’Asl di Cagliari e Lanusei, insospettiti dall’eccessivo numero di pecore malformate, iniziano a contare quanti uomini e quanti animali si ammalano. Risultato? Dieci pastori su 18 che lavorano entro un raggio di 2,7 chilometri dalla base hanno la leucemia. Nessuno sa cosa succede oltre il filo spinato del poligono militare di Salto di Quirra. Gli ultimi ad arrivare sono stati gli israeliani, a novembre. Ma da quelle parti sono passati in tanti, anche i libici. Pare sia un centro d’eccellenza per provare nuove armi. Oltre agli eserciti ci sono anche le multinazionali dell’industria bellica. Per fare un giro di giostra, basta un’autocertificazione e molti quattrini.
 
Succede a Quirra, come a Teulada e Capo Frasca, tanto per rimanere nell’isola. E poi, ancora, in Campania e in Puglia. Ma nessuno ne parla. Non è dato sapere cosa viene fatto esplodere, né la modalità con cui vengono effettuate le bonifiche, ammesso che ci siano. Il ministero della Difesa, per il momento, tace. Oltre la cortina le “pistole” fumano, ma non ne conosciamo il modello. Il muro è troppo alto.

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