Rassegna Stampa
Testata: Terra
E intanto Ispra e Arpa minimizzano
26/01/2011
autore: Palmiro Sardu
RETROSCENA. Le testimonianze sulla gravità dell’impatto ambientale causato dalla marea nera sarda sono sempre più numerose, ma i tecnici della task force ministeriale che si occupa del problema invitano alla prudenza e chiedono un supplemento di controlli.
Le testimonianze sulla gravità dell’impatto ambientale causato dalla marea nera sarda sono sempre più numerose, ma i tecnici della task force ministeriale che si occupa del problema invitano alla prudenza e chiedono un supplemento di controlli. In attesa del ministro Stefania Prestigiacomo, che riferirà oggi in Parlamento sull’argomento, i tecnici dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), dell’Arpa Sardegna e degli altri enti coinvolti nell’intervento minimizzano, almeno in parte, l’entità del danno ambientale e sono prudenti sull’opportunità di dichiarare lo stato d’emergenza. Questo perché il tipo di combustibile finito in mare «diventa solido a una temperatura inferiore ai 20 gradi centigradi», per cui con l’aiuto delle rigide temperature ambientali è stato quasi tutto piaggiato in vere e proprie palle di varie dimensioni, che diventano «più piccole col passare dei giorni, attualmente delle dimensioni massime di qualche centimetro».
L’evento, secondo l’esperienza dei ricercatori specializzati in emergenze, non sembra «poter avere conseguenze gravi per l’ambiente marino», per la quantità relativamente esigua di combustibile e la natura dell’inquinante, anche se questo è «potenzialmente tossico», quindi considerato che l’area interessata è di particolare pregio ambientale, nel bel mezzo di due aree protette, va mantenuto un livello di guardia elevato per un periodo di qualche mese. I problemi maggiori invece potrebbero essere dati dal ripascimento degli arenili su cui si è intervenuti (in particolare quello di Platamona), visto che i sacchi di materiale recuperato finora contengono soprattutto sabbia e ciottoli, ma meno del 5% di idrocarburi, per cui il trattamento del materiale, al fine di riportare le spiagge alla loro bellezza naturale, rischia di essere lungo e avere costi alti, mentre sarebbe stato meglio intervenire in maniera più “mirata” impoverendo meno una zona già a rischio erosione.
Altri problemi riguardano la sicurezza dell’impianto della E.On in cui è avvenuto lo sversamento, collaudato nel 2002 e quindi in teoria al riparo da incidenti così gravi, e il fatto che la stessa stima dell’olio combustibile fatta inizialmente dall’azienda sembra essere di molto inferiore alla realtà, verificata con la raccolta del rifiuto liquido e del materiale solido sugli arenili isolani.
Chiavi di questa notizia: Inquinamento