CAGLIARI. A guardarlo da lontano sembra una nave arenata sulla sabbia e aggredita dal tempo. Ma da vicino, l’ex ospedale Marino si presenta per quello che è: un gigante di cemento abbandonato da tutti. Tutti, tranne che dai vandali e dal mare. Dentro, al piano terra, l’odore di fumo misto a urina ti accoglie senza troppi convenevoli. Ti fa strada tra vecchie macchine da scrivere accasciate su scale logore, tra porte a vetri sfondate a colpi di bastone, in mezzo a faldoni con etichetta e timbro della Asl 8. Nelle stanze che si affacciano sui corridoi c’è ancora di tutto: coperte, cuscini, medicinali scaduti. E poi scarpe. Centinaia di scarpe bianche: zoccoli, ciabatte, coi lacci oppure aperte. Fuori moda, forse. Tutto è rovesciato per terra, tra lenzuola macchiate e vecchie cartelle cliniche. In quella che un tempo era l’infermeria del pronto soccorso ora c’è solo una forte puzza di bruciato. La porta è un mucchio di cenere su cui qualcuno ha camminato, e alle finestre rimangono solo le inferriate. Il primo incendio fu appiccato tre anni fa, l’ultimo poco più di una settimana fa. Il fuoco ha bruciato due stanze piene di incartamenti e vecchi armadi di plastica. Il calore ha fatto esplodere le tubature che corrono lungo i muri e l’acqua ha allagato tutto il piano e spento il rogo. I custodi, che in realtà sono impiegati del nuovo complesso ospedaliero, dicono che le ultime incursioni ci sono state la notte scorsa, perché fino a ieri, oltre all’infermeria, «questa parte dell’edificio era ancora intatta». Le scale che dall’ingresso portano al primo piano sono coperte di carte e bottiglie di birra e whisky. Davanti all’ultima rampa, accanto a una finestra spalancata sui rumori e i colori della spiaggia, una sedia a rotelle perfettamente funzionante. La stanza per la fisioterapia è rivolta al mare, tra le palme e la torre spagnola. Sulla porta, il foglio coi turni di lavoro e gli orari delle sedute. L’ultima giornata di attività risale al 1992, dieci anni fa. Da allora tutto è rimasto sotto la custodia di una società di vigilanza, ma da oltre un anno il contratto è scaduto. E l’ex ospedale, che sarebbe dovuto diventare prima un museo del mare, poi un albergo o una casa da gioco, è rimasto solo, così come lo hanno lasciato medici e pazienti. La sala operatoria dalle pareti verde pallido ha ancora una lettiga pronta ad accogliere un paziente che non arriverà. I forni sterilizzatori e gli strumenti sono ancora al loro posto, tra la sabbia bianca del Poetto e il caldo torrido che entra dalle finestre divelte. In un angolo, una bombola d’ossigeno è stata dimenticata dalla società che le aveva in appalto. Scordata: non come le lastre lasciate nell’anticamera di radiologia. Quelle non servono più, la bombola invece sì, e costa, e infatti è l’unica in tutto l’ospedale. Appeso al muro, dietro la porta blindata coperta di salsedine e ruggine, il camice di piombo usato per proteggersi dai raggi X. Le apparecchiature non sono state trasferite nell’ex albergo diventato poi ospedale, sono rimaste lì, tra i muri scalcinati colpiti dal sole e i promemoria per i tecnici: chiudere le porte, accendere la luce rossa, ripararsi il corpo eccetera. In fondo al corridoio, una porta di alluminio con targhetta azzurra: Direttore sanitario. È l’unica cosa rimasta intatta, ma dentro l’ufficio non c’è più la poltrona: il capitano è stato trasferito in altra sede, oltre il mare d’asfalto.