Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Carlo Felice: 500 chilometri d’inciviltà

05/07/2010

autore: Umberto Aime

Andata e ritorno su una strada divenuta una discarica a cielo aperto

CAGLIARI. Centotrentuno, o Carlo Felice che dir si voglia: non siate comunque i benvenuti in questo bazar immondezzaio. Ridotta all’osso, la Statale della Sardegna è questa. Peggio di così ci sono solo le discariche, ma almeno quelle dovrebbero essere controllate. L’asfalto no: è una zona franca regionale. Della sporcizia. Cinquecento chilometri d’inciviltà. Andata e ritorno. Senza sosta.
 Altro che raccolta differenziata: sulla via-passerella, c’è di tutto. Anzi, il peggio della Sardegna: lo scarto. I sacchetti sono così tanti, nella quattro corsie, che se qualcuno avesse la pazienza e un paio di guanti in lattice per metterli in fila, riempirebbe all’orlo i guard-rail che dividono a metà la Centotrentuno. È un disastro ambientale, meglio ancora: è la peggior cartolina offerta, a piene mani, al turista prima che lui si rifaccia gli occhi e il naso, la puzza spesso è insopportabile, in riva al mare, quello sì ancora pulito. Per fortuna.
 Che abbia inizio il viaggio sulle strade dell’immondizia: da dove? È ovvio: dall’ex inceneritore di Cagliari, non lontano dall’ospedale Brotzu, sul budello che dalla città punta dritto fino alla storica, vituperata, pericolosa, infinita, colpa dei cantieri, e finta autostrada che è la nostra madre di tutti gli svincoli conosciuti. Il dai la caccia al sacchetto, comincia con un sorriso. A denti stretti. Sul muraglione davanti all’ex brucia-rifiuti cagliaritano, ora parcheggio, un buontempone ha disegnato la silohuette di un’auto. È un coupè identico a quelli che i bambini schizzano sui primi fogli di scuola. La mano è incerta e si vede, non può essere quella di un graffitaro professionista, ma ecco il guizzo dell’artista: le ruote sono vere. Verissime, due copertoni abbandonati, saranno a centinaia e di qualunque tipo sulla Centotrentuno, sistemati al posto giusto, nel disegno, sotto i parafanghi.
 Se l’inizio è questo, ci sarà da soffrire fino a Porto Torres. Eppure sul saltafosso che spacca in due Monastir, il primo comune, non c’è un sacchetto che uno: pulite e ripulite le cunette, con un filotto di gerani resistenti allo smog e al caldo. Domanda: missione fallita, si ritorna subito a casa? Calma, in questa storia gli zozzoni ci sono, devono solo materializzarsi. Altri dieci chilometri e prima dell’undicesimo cavalcavia, battezzato così da uno di quei cartelli che confondono anche i «TomTom», ecco la prova. C’è una poltrona bianco-grigia, in bilico. Ha tre piedi e mezzo, in buono stato: l’hanno gettata via, ma poteva ancora sopravvivere nella casetta di campagna e adesso riesumata per rendere più confortevole l’attesa per chissà quale pendolare. È una pensilina arredata: ci sono anche un materasso e due comodini sfondati. L’insieme è minimalista, il tutto è invasivo quanto basta, con una cinquantina di sacchetti multicolori, che visti dal cavalcavia, destinazione il Museo di Villanovaforru, sembrano coriandoli e invece sono i resti non di una festa, ma delle gozzovigliate fuoriporta. Portarseli a casa, no? Macché, puzzano, lanciarli da un’auto in corsa e molto più sbrigtivo. Detto, fatto per l’equipaggio di una Super-Punto che sfreccia in direzione di Oristano. L’inseguimento è impossibile, corrono troppo, e così anche la domanda, scusi, ma perché lo ha fatto?, finisce risucchiata dal tornado della velocità. Resta la maleducazione, che si sa, viaggia sempre fuorigiri. Che ci pensi la Stradale, prima del cavalcavia, quello che dicono costruito con la terra inzuppata d’arsenico della vicina miniera di Furtei: un nuovo scandalo ma anche un’altra storia. Molto simile a quella su cui indaga la Procura oristanese: i fanghi del porto industriale usati per far aderire meglio l’asfalto sulla Centrotrentuno. Povera strada, è una schifezza in movimento, ma c’è chi la sa rendere ancora peggio. A Uras ci sono altri due monumentali materassi. Subito dopo il ristoro, a Tramatza, e prima dell’oasi di Santa Caterina, ogni piazzola è purtroppo una discarica: televisori, scaldabagni, anche un ombrellone a fiori e quattro infradito spaiate, con le gemelle orfane in spiaggia.
 Fino a Macomer lo spettacolo è orripilante, con una sfrontata montagna di rifiuti sotto un accattivante cartello turistico: visitate i nuraghi. Verrebbe da aggiungere, per evitare equivoci forestieri: che all’interno c’è davvero del bello, non altre scioccanti pattumiere. La speranza è che nessuno si accontenti delle apparenze e vada oltre. Soprattutto tiri dritto davanti alla piazzola ai piedi del comune di Codrongianus. Lì l’amministrazione ha piazzato un cartello che minaccia multe pesanti, 500 euro, per i trasgressori, ma la gentaglia che ingrossa il popolo del sacchetto libero è impunita: il divieto è assediato dall’immondizia. Come all’ingresso delle gallerie dell’ex cementificio sassarese, con i resti di un tetto scaricato a bordo strada e l’enorme barilotto blu trasformato in tana da qualche animale, con la speranza che non sia un cane abbandonato, altra inciviltà da strada. Fino a Porto Torres c’è poi un canalone che corre lungo la strada: costruito per imprigionare le acque piovane, è diventato il nastro autotrasportatore di una discarica incontrollata. In ordine sparso: vetro, plastica, lattine, ferrivecchi, pannolini. Sono rifiuti immobili su un circuito che nessuno metterà mai in moto e ancora meno ripulirà.
 C’è di peggio sulla strada che riporta a casa, la Sassari-Cagliari. Poco prima del bivio per Truncu Reale, quattro bustoni neri gonfi e alti quanto un bambino di dieci anni, sono i protagonisti dell’ennesima e orripilante coreografia, pensare che subito dopo c’è uno dei tanti bivii per Alghero. Complimenti. La tristezza è tanta, ormai troppa. Che quasi sfuggono al censimento la roulotte bruciacchiata, zona industriale di Muros, impilata su diverse carcasse di auto e una Fiat Duna rossa, sfondata e senza motore, piantata a testa in giù sul discesone di Paulilatino. A fondo valle, ci sono le macerie di chi si è appena rifatto la casa: cemento secco e finestre divelte. O ancora a Sant’Anna, nell’Oristanese, dove le colonie di rifiuti sono raggruppate in un serpentone orribile lungo diecimila metri. Basta e avanza, lo sconcio è documentato. C’è da farsi venire la nausea.

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