Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Cemento a Is Arenas, la Corte di giustizia dell’Ue condanna lo Stato italiano

11/06/2010

autore: PIERO MANNIRONI

AMBIENTE FERITO. L'investimento immobiliare sulle dune di Narbolia viola le direttive comunitarie

ORISTANO. È finita come doveva finire, come era prevedibile che finisse: la Corte europea di giustizia ha condannato l’Italia per la cementificazione sulle dune boscate di Is Arenas. Visti i presupposti giuridici e storici, è una sentenza per certi versi attesa, quasi scontata, ma di grandissimo valore politico. Perché nella decisione dei giudici europei c’è un’implicita condanna morale per chi ha appoggiato una discussa e discutibile operazione immobiliare in un Sic, cioé un sito di particolare pregio naturalistico, inserito nella mappa delle aree europee da tutelare.
 Ed è anche l’epilogo di una lunga storia dove non sono poche le zone di opacità. A cominciare dal reale assetto societario della Is Arenas srl quando cominciò l’operazione immobiliare. Il capitale sociale, infatti, era nelle mani di una società, l’Antil BV, che era amministrata da due organi dirigenti: una holding e una persona fisica. Si trattava della Intra Beheer di Amsterdam e dell’avvocato d’affari di Lugano Diego Lissi. La prima era una realtà labirintica che portava, attraverso un complicato gioco di scatole cinesi, nei paradisi fiscali dei Caraibi e negli ovattati salotti della finanza elvetica. Diego Lissi, invece, è stato in passato il braccio destro del potente banchiere svizzero Tito Tettamanti padre-padrone della Fidinam e della Banca Svizzera Italiana. Poi, Lissi è diventato il rappresentante fiduciario di investitori - che preferiscono stranamente rimanere nell’ombra - in più di 50 società anonime di capitale. Insomma, un’operazione da più di 220mila metri cubi di cemento con qualche ombra inquietante.
 Gli ambientalisti del Gruppo d’Intervento Giuridico, degli Amici della Terra e dei Verdi di Oristano si sono sempre opposti alla cementificazione sulle dune boscate di Narbolia. Uno scontro durissimo cominciato circa dieci anni fa e che si è concluso proprio ieri con la sentenza della Corte di giustizia che ha dato completamente ragione agli ecologisti.
 I giudici europei rilevano infatti che la Repubblica italiana «è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva “habitat”, non avendo adottato, prima del 29 luglio 2006, le misure idonee a proteggere l’interesse ecologico del sito proposto e, dopo il 19 luglio 2006, misure appropriate per evitare il degrado degli habitat naturali per i quali il sito è stato designato».
 La zona, ricorda la Corte, è stata inserita nel 2006 nella lista dei siti d’importanza comunitaria (Sic). Dopo aver saputo, «in seguito a una serie di esposti, che nell’area si stava completando un insediamento turistico, compreso anche un campo da golf, che aveva compromesso le caratteristiche ecologiche», la Commissione europea aveva deciso di portare l’Italia davanti ai giudici Ue per violazione della direttiva comunitaria sugli habitat della flora e fauna selvatica.
 «Risulta - scrivono ancora i giudici europei - che i lavori hanno avuto inizio nel 2005 ed erano sempre in corso alla data dell’iscrizione del sito nell’elenco dei Sic: la Repubblica italiana non ha quindi adottato, prima della data dell’iscrizione del sito nell’elenco dei siti, misure di conservazione idonee. Per la situazione successiva all’iscrizione nell’elenco dei Sic (2006), scrive la Corte, «risulta che i lavori per la realizzazione del complesso sono proseguiti oltre il termine di due mesi fissato nel parere motivato complementare del 29 febbraio 2008 e sono stati condotti sulla base del progetto originario».
 Anche il piano di gestione provvisorio del Sic Is Arenas, elaborato dalle autorità italiane nel 2006, - si puntualizza nella sentenza - è stato approvato «solo con delibera della Regione Sardegna nell’aprile 2009, dopo la scadenza del termine fissato nel parere motivato complementare».
 La decisione della Corte pone ora una serie di problemi estremamente delicati. Prima di tutto comporta una condanna alle spese, ma in caso di mancato ripristino del sito, è il corollario di sanzioni economiche pesantissime. Gli ambientalisti confermano quanto avevano già annunciato: «Presenteremo un esposto per il danno erariale».
 Ma la sentenza della Corte di giustizia consente oggi di leggere gli ultimi anni convulsi sul «caso Is Arenas» in modo diverso, sicuramente non ideologico. Come l’incredibile tentativo del governo Berlusconi di cancellare la grave situazione di illegittimità creatasi a Narbolia. Per conto dell’allora ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, il direttore generale del ministero Aldo Cosentino presentò un documento con il quale chiedeva di declassare Is Arenas, cancellandola dalla mappa dei Sic. Scriveva, tra l’altro Cosentino: «... in effetti gli interventi previsti nel progetto e sottoposti a valutazione di incidenza si inseriscono in un contesto ecologico la cui integrità risulta compromessa da linee gestionali non coerenti con le finalità di Natura 2000, ma portate avanti da anni dalla società “Is Arenas” nella porzione di sua proprietà». E qui siamo quasi al grottesco, al paradosso. Vengono infatti rovesciati logica e buonsenso. In estrema sintesi, insomma, l’integrità del sito è stata compromessa dalla gestione del territorio della società Is Arenas srl, ma la società che sogna il cemento sulle dune boscate di Narbolia non viene censurata, non le viene chiesto un ripristino ambientale. Non si parla neppure di possibili sanzioni. Niente di niente. Di più, viene indirettamente premiata. Sì, perché pur essendo riconosciuta la sua responsabilità nel processo di degrado ambientale dell’area, ottiene esattamente ciò che ha sempre chiesto: liberarsi da tutti i vincoli per cominciare a far camminare un progetto faraonico da quasi un quarto di milione di metri cubi. In fondo, è una filosofia abbastanza diffusa in questi tempi: cancellare il reato per cancellare la pena.

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