Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto
Sull’isola ribelle ribelle
04/05/2010
autore: Antonio Sciotto
La Festa del lavoro tra i cassintegrati dell’Asinara. Le tute blu della Vinyls hanno accolto più di mille persone: mogli, figli e amici per passare due giorni in musica e sperare nel lieto fine. Domani incontro chiave al ministero: la soluzione in mano a Eni e governoAll’Asinara la lotta operaia è diventata arte. Non per questo meno dura, meno sofferta, meno appassionata. In questa isoletta sopra la Sardegna tutti gli italiani dovrebbero venire a vedere cosa sta succedendo nel nostro Paese: un primo maggio diverso, quello di chi lotta permantenere il proprio posto di lavoro. Contro la crisi, sì, che spazza via tutto.Ma le tute blu della Vinyls di Porto Torres non devono abbaiare alla luna, loro un obiettivo preciso ce l’hanno: «La nostra non è un’industria decotta: ha sempre fatto utili – ci spiega uno dei leader della lotta, Tino Tellini – Però ora una grossa multinazionale italiana ha deciso di disimpegnarsi dalla chimica, e ci mette nei guai. I nomi? Li facciamo, fino alla nausea, li ripetiamo dappertutto: Eni e governo.Devono essere loro a darci una risposta, il futuro o meno di un territorio, di tutta la chimica italiana, e di 4 mila famiglie sarde dipende da loro». Così quest’anno il Primo maggio non è stata la festa dei lavoratori dipendenti, o dei precari, ma il simbolo di tutti sono diventati loro, i cassintegrati: all’Asinara li hanno raggiunti più di mille persone, con la Legambiente e l’Arci. Le loro mogli e i bambini, per un concerto e una festa che è durata due giorni. Loro vivono nell’ex colonia penale, in una delle prigioni dell’isoletta sarda: circa una ventina, si sono stabiliti lì dal 24 febbraio scorso, e – assicurano – non si muoveranno finché la loro industria, la Vinyls, non riavvierà completamente la produzione. Di fronte a loro, sulla costa sarda, sono rimasti i coleghi, che hanno occupato la Torre aragonese di Porto Torres. Così si danno solidarietà a vicenda, e tanti comuni, associazioni, semplici cittadini, regalano loro cibo in gran quantità, ma soprattutto li sostengono su Facebook (ormai quasi centomila amici).
Tutto ha inizio sulla TorreSe si vuole capire di più sull’Asinara bisogna fare una puntata anche sulla Torre aragonese. Qui il presidio operaio è attivo da quattro mesi: ti accoglie, nel prato antistante la Torre, una distesa di croci, che fa pensare un po’ a un cimitero inglese. «Le abbiamo messe noi, rappresentano i posti che ci vogliono togliere: da Porto Torres vogliono trasformarci in Morto Torres», dice uno dei giovani operai che ci guida dentro la piccola fortificazione davanti al porto.Un tappeto di croci potrebbe essere lugubre, è vero, ma messo qui, a rappresentare la lotta dei cassintegrati, somiglia piuttosto a un’istallazione d’arte. E nobilita il paesaggio. «Ma i commercianti protestano, dicono che allontanano i turisti – aggiunge un altro lavoratore – E dire che prima di noi la Torre aragonese era sempre chiusa, adesso l’hanno visitata centinaia di persone».
Parliamo con Alessandro Polo, Antonio Manca e Francesco Ganadu, oggi di turno alla Torre, tra i 24 e i 29 anni. Salita la scala a chiocciola, arriviamo nell’ambiente che è insieme camera da letto (con tre letti), soggiorno e sala da pranzo. Al muro sono appesi tanti articoli che parlano di loro, e una bandiera della Dinamo Sassari, la squadra di basket: uno dei giocatori ha scritto a penna «Per noi è un onore essere con voi».
I tre operai ci spiegano che l’idea di andare all’Asinara è venuta qui, nella Torre: «Questo è il nostro quartier generale, lo terremo aperto fino alla fine. Il lucchetto lo mettiamo solo quando saremo tornati tutti al lavoro. Il giorno che iniziava l’Isola dei famosi in tv, noi abbiamo pensato che se gli italiani vedevano quello spettacolo, era il momento di dargliene un altro: i cassintegrati reclusi sull’isola».Ma in realtà, la protesta della Vinyls è iniziata ancora prima, l’anno scorso, quando il gruppo chimico ha avviato la cassa integrazione.
«In novembre eravamo già in cassa – spiega Antonio – e a un certo punto l’azienda ha annunciato che non avrebbe confermato tre precari. Uno di loro era al mio turno: mi ha chiamato tra le lacrime, mi ha detto "Antò, io salgo sul tetto». Così è andato su, e poi ci sono salito anche io: alla fine c’eravamo tutti». La Vinyls ha ritirato i licenziamenti, mala vittoria non ha tranquillizzato gli operai: nonostante le promesse, la produzione era sempre al minimo, e in gennaio è ritornata la minaccia di non conferma, per altri 11 precari. Così si è decisa l’occupazione della Torre: gli 11 sono stati assunti, ma intanto Vinyls ha improvvisamente dichiarato fallimento ed è stata commissariata. Il 24 febbraio, dalla Torre si è deciso di passare sull’Isola dell’Asinara.
Una risposta da Eni e governo
La chiave di volta, adesso, sta nell’Eni. Come mai? Ce lo spiega uno degli operai, che incontriamo sul Traghetto per l’Asinara. «Sono almeno 6 anni che protestiamo, perché in Italia ci sia una chimica seria – spiega Giuliano Sechi – Prima della Vinyls i nostri padroni erano gli inglesi della Ineos, hanno chiesto per anni autorizzazioni per ampliare gli stabilimenti, ma queste sono arrivate troppo tardi e così hanno lasciato l’Italia. Poi Vinyls è stata acquistata dall’imprenditore veneto Fiorenzo Sartor, ma è durato poco. Adesso ci dovrebbero comprare gli arabi della Ramco, che hanno già manifestato interesse, ma lo faranno solo se potranno controllare tutto il ciclo».
Domani ci sarà a Roma un incontro presso il ministero delle Attività produttive: Ramco ed Eni si vedranno. Ramco comprerebbe Vinyls (inclusi i due siti di Marghera e Ravenna) dai commissari, ma le interessano anche i siti, in mano all’Eni, dove si producono alcuni prodotti intermedi che si usano per la lavorazione. La Vinyls produce pvc, il materiale con cui si fanno i cruscotti delle auto, le sacche per il sangue, le scritte sulle magliette, i tubi per l’acqua, le finta pelle. Il ciclo sardo è l’unico rimasto in Italia a produrlo, insieme a Marghera. Ma ogni pezzo del ciclo chimico del pvc – dal cloro al dicloretano, al vcm – è interconnesso, e se chiudi uno stabilimento, praticamente condanni alla fine tutti gli altri.
Ecco perché, tra l’altro, questa protesta vede poco sindacato in campo: i vertici nazionali di categoria di Cgil, Cisl eUil, e quelli regionali, hanno firmato per la chiusura di Fenolo e Cumene, due stabilimenti dell’Eni, anch’essi nodo strategico. Solo la Cgil e la Uil di Porto Torres erano presenti alla festa dell’1 maggio, perché non d’accordo con quella scelta. Insieme a tanti pensionati dello Spi di Sassari.
«È questo che devono capire – ci spiega Tino Tellini – Noi non stiamo facendo una lotta solo per i 120 operai della Vinyls, ma per le migliaia di tute blu che stanno nell’indotto, e per l’intera chimica italiana. Se il governo vuole chiudere con la chimica, lo dica chiaro. Il ministero dell’Economia controlla l’Eni al 33%, e Tremonti ad Annozero ci ha detto che sa poco della questione. Non è possibile. Se l’Eni vuole lasciare la chimica, la venda a qualcun altro, ma non faccia in modo che chiuda tutto».
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