Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Nella miniera d’oro luccicano solo i veleni

23/03/2010

autore: PIER GIORGIO PINNA

Cianuro, arsenico, piombo e mercurio rischiano di finire nelle condotte dell’acqua

 FURTEI. La miniera dei veleni fa paura. È nel cuore del Campidano, 6 km a est di Sanluri, circondata da immense carciofaie e campi di grano a perdita d’occhio. Se per gli antichi l’oro era la carne degli dei, di questi tempi, adesso che la corsa al Klondike sardo è finita nel tunnel dei fallimenti e delle carte da bollo, il giacimento della Marmilla assomiglia all’inferno più che a un paradiso.
 Incubi. Anni di lavorazioni e triturazioni dei materiali hanno generato scempi, colline sventrate, scenari da apocalisse. E non solo. Vicino al parco mezzi senza più carburante e alle macchine per frammentare e trasportare le rocce, tutti bloccati da mesi, ci sono vasche colme di cianuro, mercurio, ferro, piombo, cadmio. Pozzanghere all’arsenico e allo zolfo. Bacini dalle pareti che trasudano metalli pesanti. Invasi pieni di xantati. Nocivi, naturalmente: come qualsiasi altro prodotto usato nell’industria estrattiva.
 Uomini ex. I dannati di questo territorio altamente inquinato, sempre a rischio per le popolazioni circostanti, sono 42 tra operai, tecnici e specialisti. Tutti ormai ex cassintegrati della Sardinia Gold Mining (la società che nel 1995 aveva promesso il nuovo Eldorado). Forse destinati a passare nelle liste della mobilità, ora a Cagliari occupano simbolicamente l’assessorato regionale all’Industria per chiedere risposte nella vertenza. Licenziati al termine di un’odissea comune a tanti compagni di altre fabbriche sarde, da giorni si sono autonominati guardiani volontari dei veleni. Con loro vigilano amministratori locali e Protezione civile.
 La giunta. Sino a quando la Regione, proprietaria del 10% delle azioni Sgm, non deciderà il via alle bonifiche, la bomba ecologica minaccia di deflagrare. Come stava per succedere pochi giorni fa a Santu Miali: per il guasto a una pompa, da un vascone potevano riversarsi nei fiumi che alimentano le condotte dell’hinterland cagliaritano sostanze così pericolose da provocare gravi danni alla salute e disastri nelle coltivazioni. Era già accaduto a Capodanno e a Ferragosto.
 Pronto intervento. La via dei veleni, sulle colline di Furtei, si snoda lungo un percorso nelle ultime ore reso eccezionalmente percorribile senza fuoristrada dall’assenza di piogge. «Appena cade un po’ d’acqua qui le strade si riducono a un pantano e così intervenire diventa problematico», spiega Mauro Diana, 35 anni, di Serrenti, l’uomo che come assistente ai monitoraggi nel 1997 ha plasmato il primo lingotto d’oro. La prima tappa è nell’«area F25», sotto «la diga sterili». «Dal bacino 100 metri più a monte arriva costantemente un flusso di fanghi, una perdita controllata che si riversa in quest’invaso», spiega un altro ex dipendente della Sardinia Gold Mining, Walter Lilliu, 43 anni, di Furtei. «Le maggiori difficoltà nascono quando la pompa per il sollevamento si ferma e non può più rilanciare i reflui nel bacino più in alto», chiariscono i vigilantes-volontari, che continuano ad assicurare gratis l’opera di sorveglianza e segnalazione dei guasti. Per comprendere la gravità del pericolo, oltre che respirare l’aria satura di zolfo, basta uno sguardo al colore della superficie nei due bacini: varia dal marrone al giallo, con inquietanti venature blu scuro. «La diga sterili ha una superficie di 11 ettari e contiene 2 milioni di tonnellate di fanghi», dicono, per sgombrare il campo da ogni dubbio, Diana e Lilliu.
 I fiumi. In caso di esondazione, l’emergenza non sarebbe facile da superare, qui a Monte Porceddu, dove la vista può spaziare nella piana e a ovest permette di scorgere in lontananza persino l’abitato di San Gavino. Se i liquami finissero nel rio S’Alluminu, questo torrente, che scorre tra carciofaie e campi di frumento, scaricherebbe arsenico e mercurio nell’invaso chiamato Casa fiume. Il quale a sua volta non potrebbe fermare i veleni. Destinati così a riversarsi nel rio Mannu: la via più rapida per inquinare le reti idriche di mezzo Campidano.
 Impianti. Poco lontano, a due passi dallo stabilimento nel quale si producevano i lingotti, c’è un altro bacino dai colori impressionanti. È alla base della seconda tappa di questo viaggio che soltanto un risanamento naturalistico approfondito consentirebbe di cancellare per sempre dai tour degli addetti al controllo ambientale.
 Sì. perché da queste parti, a luccicare non è più l’oro ma i veleni. «L’invaso contiene una tonnellata di cianuro di sodio e 30mila litri in soluzione», informano gli operai, restando fuori dalla recinzione, l’ingresso chiuso da un grosso lucchetto ricoperto dalla ruggine. Tutti segnali di come questo della Sardinia Gold Mining sia un territorio a sé, fuori controllo, vicino ma allo stesso modo lontanissimo dai poderi verdi e arati a puntino nelle regioni circostanti. Un territorio a suo tempo venduto dai manager del marketing Sgm, prima australiani e poi canadesi, come quello che avrebbe dovuto valorizzare mezza Sardegna.
 Percorsi. La visita al girone infernale si conclude nella zona di Is concas, a un chilometro e mezzo di distanza dall’area centrale degli impianti. In grandi pozze d’acqua piovana, giorno dopo giorno, si depositano formazioni di acido solforico. I liquami, distinguibili per un allarmante azzurrognolo dai riflessi dorati, in molti punti sgorgano attraverso crepe e fenditure. Tutt’attorno giunchi, lecci e altre piante cominciano a seccarsi.
 Sos. Pericoli incombenti. Da brivido. «Come nella notte tra giovedì e venerdì - racconta Sandro Broi, 41 anni, d’Iglesias, perito minerario, ex direttore della Sgm - Quando è andata in tilt la nuova pompa appena montata, sono stati necessari due interventi di emergenza con l’autospurgo e il rafforzamento degli argini del vascone pieno di metalli pesanti. Allarme superato. Ma senza un risanamento definitivo il rischio potrebbe ripresentarsi. E allora che faremo?».

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