Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Stagno di Cabras, nell’ex eden troppi cda e cormorani e pescato sempre più scarso

25/01/2010

autore: Gianpaolo Mameli

Quindici anni fa era una risorsa che dava da mangiare a 420 famiglie, oggi, vivono dalla pesca 80 nuclei familiari

CABRAS. Lo stagno? Lo definiscono ancora “una miniera” ma nessuno è contento della resa. Accuse a raffica all’esterno. Nessun mea culpa - o quasi - in casa. Il reddito non c’è. Cresce la popolazione (9127 abitanti a Cabras al 31 dicembre con un incremento del 2,7 sul 1999) ma non il benessere. È stagnante, da acque chete, limacciose, l’economia. Quindici anni fa 420 famiglie vivevano dalla pesca. Oggi sono 157 ufficiali (ma c’è chi parla di ottanta o poco più).
 Certo. Non ci sono né i palamitari né i “poigeris” o i “bogheris” raccontati da Giuseppe Fiori nel capolavoro “Baroni in laguna”, (autore poco amato qui: non c’è neanche una strada o una piazza dedicata a chi ha fatto entrare il nome Cabras tra i capolavori della letteratura italiana del Novecento).
 All’indice la Regione (“non risolve i problemi a monte”). C’è anche - e non sono pochi - chi critica i pescatori (“vogliono vivere di soli contributi pubblici”).
 C’è chi vorrebbe “radere al suolo il moloch Consorzio Pontis” che raggruppa undici cooperative con 157 soci. Undici coop vuol dire una babele di troppi centri decisionali, undici bilanci, undici consigli d’amministrazione dove - dicono - «la democrazia è zero e chi protesta anche poco viene espulso, i capi non accettano critiche». Tra i canneti e i bar del paese volano parole grosse, mafia compresa.
 I più cauti parlano di una “polveriera” dove «chi usa la miccia rischia di rimetterci la mano». Rita Meli, 55 anni, coraggiosa moglie di Domenico Trifollio della coop La Gran Torre: «I pescatori vengono costretti a scioperare quando si tratta di chiedere soldi alla Regione, una volta per le mareggiate, un’altra per i cormorani, un’altra per il fermo biologico. Ma lo stagno è un disastro, è colmo di detriti. E noi rendita non ne abbiamo». Pietro Simbula, 62 anni, coop Mare Aperto, contestatore storico: «Avete mai visto funzionare un’azienda con undici, anzi con tredici capi? Senza un direttore autorevole e autonomo? Lo stagno è uno solo e uno solo dovrebbe dettar legge. Ma deve essere robusto di competenze. È vero, ci sono tanti luoghi comuni e tanto malessere. Ma certa gente aspetta che non ci siano pesci per poter incassare i soldi pubblici».
 I problemi? Gli stessi di vent’anni fa. Aggravati dalla cattiva salute dello stagno (nessuna bonifica, fondo fangoso, inquinamento provocato anche dall’uomo con l’immissione - ufficialmente smentita - di tonnellate di verderame nei canneti). E poi dalla presenza boom dei cormorani che - spiega uno dei biologi marini più accreditati in Europa, Angelo Cau dell’università di Cagliari - «provocano danni per 350 euro all’anno a uccello. E sono moltissimi». Il rimedio? «Uno solo. Un accordo con l’Unione europea e con i Paesi scandinavi del Nord dove i cormorani nidificano chiedendo la raccolta delle uova per ottenere la diminuzione della natività. E poi un intervento di Bruxelles per ottenere gli indennizzi in base a studi reali e a una richiesta che deve essere fatta dalla Regione. Diversamente è una battaglia persa».
 Del disastro-cormorani parla soprattutto il presidente del Consorzio, Antonino Camedda, sessantenne, («ero un pescatore qualunque, lavoravo il corallo a Catalano, Bosa, ho avuto per vent’anni una barca, la Elisabetta terza, e l’ho venduta perché preferivo stare nello stagno»). Dice che la laguna si è impoverita. Perché? “Per colpa dei cormorani”. Passeggiando in auto lungo le sponde di Sa Mardini fa notare dei voli tanto spettacolari quanto economicamente devastanti: «Ogni cormorano mangia al giorno almeno 300 grammi di pesci ed è reddito sottratto a noi». Aggiungeteci «i danni ambientali, le mareggiate che fanno perdere moltissima produzione». E la presenza dei canneti naturali, l’innalzamento degli argini? E i nuovi progetti delle due università sarde? C’è molta attesa per questo piano, «per combattere la cattiva salute dello stagno che ha bisogno di una sua fisiologia costante», dice il consigliere comunale Ivo Zoccheddu. Un piano che per la prima volta vede uniti il Dipartimento di Biologia marina di Cagliari e quello di Ecologia vegetale di Sassari. Dovrebbe essere installato un fish-counter per «monitorare e rilevare - spiega Cau - tutti gli organismi che entrano ed escono dallo stagno e in tal modo si possono programmare anche le vendite per tre, quattro anni di seguito consentendo di gestire il patrimonio ittico in modo razionale. C’è anche un progetto per potenziare l’acquacoltura intensiva valorizzando le nostre specie autoctone. I finanziamenti per tagliare questi traguardi ci sono. Qui deve essere la politica ad accelerare i tempi perché le potenzialità di crescita ci sono tutte».
 Crescita che, dopo i feudi, dopo gli arresti-scandalo, dopo i soprusi, dopo i Baroni in laguna, c’è stata. E si tocca con mano. Nello stesso modo col quale ci si rende conto delle occasioni mancate, e che molto, molto di più potrebbe essere stato fatto. «In ogni caso - dice il sindaco Cristiano Carrus - c’è una nuova mentalità e sono stati introdotti sistemi innovativi».
 Le innovazioni non possono essere taciute. Se prima si vendevano solo i pesci oggi, oltre alla bottarga con uova di muggine (quasi sempre di importazione dal Brasile e si parla di bottarga lavorata a Cabras e non di Cabras) trovate un catalogo che dà il segno della modesta svolta. Sottovuoto si vende il filetto di muggine affumicato con tre mesi di shelf life, il filetto di anguilla, la Mrecca (muggine cotto in acqua e sale e conservato nell’erba Obione, in sardo Tzibba, venti giorni di conservazione). Da quest’anno l’offerta crescerà con la la vendita - sottovuoto - del muggine gratinato, del muggine arrosto e sott’olio.
 Stagno e stabilimento per la trasformazione della materia prima. Alessandro Piscedda, 45 anni, è tra gli amministratori più giovani. «Le cose non stanno migliorando perché dobbiamo diversificare di più ma la nuova strada è tracciata. In ogni caso non possiamo dire che la nostra cooperazione è al massimo. Possiamo, dobbiamo migliorare». Maurizio Piras, 36 anni, responsabile della trasformazione: «I prodotti che vendiamo sono garantiti e la clientela si è ormai fidelizzata, ma possiamo fare di più».
 La laguna, un tempo dei Baroni, era popolata dai fassonis, era vissuta da autentici schiavi, da padroni spietati. Non esisteva la trasformazione. Trasformazione appena avviata. Ma è residuale. Non garantisce redditi. I livelli di istruzione degli addetti sono molto bassi e su questo aspetto cruciale nessuno batte ciglio. Perché non basta avere un biologo, le competenze devono essere più diffuse. Un consigliere comunale di maggioranza (chiede di non essere citato): «Non si è capito che la pesca oggi non si fa solo con le barche e con le braccia ma occorre altro, occorrono conoscenze. E tra i pescatori di Cabras c’è certamente esperienza ma competenza no». Ancora: «Non si è capito che la cooperazione ha i doveri uguali ai diritti». Alessandro Piscedda è ottimista: «Stiamo puntando a un nuovo allevamento di cozze creando anche uno stabulario perché qui le potenzialità di crescita ci sono. Dobbiamo passare dalla vendita alla trasformazione, la strada è questa». Trasformazione, quindi. Non solo dei pesci. Anche della mentalità.

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