Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Portovesme, l’azienda si difende

22/01/2010

autore: E. A.

L’amministratore delegato Lolliri: «Le nostre carte sono in regola»

PORTOVESME. La Portovesme srl sta vagliando la possibilità, una volta individuate le responsabilità sullo scandalo dei rifiuti industriali che ha visto coinvolta l’impresa Gap Service di Lamberto Barca, il laboratorio Tecnocem di Danilo Baldini e quella di trasporti Tecnoscavi legata a Massimo Pistoia, di costituirsi parte civile per i danni economici subiti e per quelli di immagine.
 L’amministratore delegato della società del gruppo Glencore, Carlo Lolliri, apre gli archivi dell’azienda per dimostrare che nello smaltimento degli inerti in fabbrica non si facevano manfrine. «Abbiamo deciso dal 2002 di affidare ad un’impresa esterna lo smaltimento degli inerti - esordisce il numero uno della Portovesme srl - per i soli inerti. In che cosa consisteva l’appalto? Nella selezione e cernita dei rifiuti (provenenti da demolizioni, carta, plastica, ferro e imballaggi) che venivano sistemati dai nostri operai in un’area ben definita dello stabilimento. Gap service, che aveva ottenuto dalla Regione le autorizzazioni di legge provvedeva a selezionare i rifiuti, una sorta di differenziata, che veniva effettuata nel parco ecologico interno allo stabilimento. A questo punto i rifiuti uscivano dallo stabilimento». L’amministratore delegato della Portovesme srl tiene a dire che nessuno scarto di lavorazione del ciclo industriale andava prelevato dai privati. «Gli scarti dei forni Waelz e del kivcet - insiste Carlo Colliri - andavano e continuano ad essere allocati nella discarica di Genn ’è Luas. I camion vengono pesati prima dell’uscita dallo stabilimento e una ulteriore verifica, sulle pesate, viene fatta a Campo Pisano. Entro 40 muniti gli scarti di lavorazione devono essere scaricati a Genn ’è Luas. Per quanto invece riguarda gli inerti avevamo deciso di affidare il trasporto a terzi per scaricarli in impianti autorizzati». L’azienda, in via preliminare, prima di affidare l’appalto, aveva controllato che Pistoia e Barca fossero in possesso di regolari autorizzazioni da parte della Regione. «Tutto in regola - evidenzia Lolliri - perché avevano garanzie superiori. Inoltre avevamo la disponibilità anche della analisi di laboratori che stabilivano in quale discarica dovevano andare i rifiuti. Nel caso di presenza di metalli i materiali rientravano nel ciclo produttivo per il trattamento». La Portovesme srl si sente truffata e minaccia di costituirsi parte civile. «Qualcuno dice - tiene a precisare Carlo Colliri - che siamo obbligati a verificare anche lungo il percorso che tutto vada a buon fine. Non esiste una norma, in questo senso. Abbiamo dato ad un’impresa autorizzata un servizio global service ed abbiamo tutti i certificati e le schede in regola». L’iter che deve essere seguito nello smaltimento di inerti è vincolato da precise disposizioni di legge molto severe. Il materiale va pesato e controllato in laboratori. Dopo la cernita il responsabile del settore ambiente della fabbrica compila la bolla di accompagnamento, in 5 copie, e solo allora il veicolo esce dallo stabilimento». Una bolla ci veniva restituita dopo la sistemazione degli inerti in discarica - conclude Lolliri - e il nostro compito di controllo e di verifica, a questo punto, può essere definita conclusa. Quale risparmio potevamo fare se spendevamo 3-4 milioni di euro all’anno per questo». Anche la Rsu ha voluto vedere le schede e la documentazione e la tensione in fabbrica è calata di colpo.

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