Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Rifiuti, truffa da 3 milioni di euro

21/01/2010

autore: MAURO LISSIA

Enormi guadagni dallo smaltimento illegale di scarti industriali pericolosi

CAGLIARI. Il primo a parlare di rifiuti industriali sotterrati clandestinamente in campagna fu Angelo Cremone, un operaio ambientalista di Portoscuso poi passato alla politica, che denunciava di persona le scelte disinvolte di certe aziende metallurgiche. Erano gli anni ottanta e le inchieste partite in quei tempi sono finite nel nulla: norme insufficienti, forse anche sensibilità da consolidare. Ora arriva da un’indagine condotta dai carabinieri del Noe con il coordinamento della Procura cagliaritana la conferma che forse quei sospetti non erano infondati.
 La Portovesme srl, un’industria che recupera metalli dai fumi di acciaieria, è accusata formalmente dal pm Daniele Caria di aver trasportato e interrato scarti industriali per quindicimila tonnellate classificati come pericolosi per la salute in una cava desolata vicino a Settimo San Pietro e poi a Serramanna in una zona chiamata con inconsapevole ironia di miglioramento fondiario. Triturate e mischiate con terre di cava e detriti di demolizioni, le scorie di arsenico, piombo, zinco, cadmio, rame, nichel, solfati e fluoruri - come riporta l’avviso di chiusa indagine firmato dal magistrato - sono state usate per realizzare sottofondi stradali. Ma non strade qualsiasi: quelle dei piazzali davanti all’ospedale oncologico Businco e dell’area dell’Asl 8 a Cagliari. Ed è questo un aspetto davvero paradossale della vicenda.
 I rapporti del Noe e i riferimenti tecnici contenuti negli avvisi ai nove indagati sembrano lasciare spazi davvero minimi al dubbio: la Procura può contare su intercettazioni telefoniche chiare, ma soprattutto su un’attività di indagine diretta dagli esiti inequivocabili. Gli autocarri che trasportavano dal 2005 al 2007 i rifiuti industriali nelle campagne attorno a Cagliari sono stati monitorati e seguiti anche con gli elicotteri. E in base ai calcoli compiuti dagli investigatori la Portovesme srl avrebbe realizzato con questa scelta disinvolta, ancorata a solide complicità, un risparmio sui costi di smaltimento fra i 585 mila e i tre milioni e 600 mila euro. Quel tipo di scarti infatti non può essere smaltito in Sardegna.
 L’inchiesta giudiziaria si è chiusa con l’avviso agli indagati, la richiesta di rinvio a giudizio è scontata. Sono nove: l’amministratore unico della Tecnoscavi Massimo Pistoia (48 anni) di Monserrato, il responsabile del sistema Gestione ambientale della Portovesme srl Aldo Zucca (58 anni) di Gonnosfanadiga, la responsabile della gestione rifiuti della Portovesme srl Maria Vittoria Asara (39 anni) di Ozieri ma residente a Sestu, il gestore della società Gap service srl Lamberto Barca (58 anni) di San Giovanni Suergiu ma residente a Quartu, i dipendenti della Tecnoscavi Stefano Puggioni (24 anni) di Quartu, Giampaolo Puggioni (59 anni) di Quartu, Larbi El Oualladi (38 anni) di Selargius, il possidente Egidio Ortu (83 anni) di Serramanna ma residente a Cagliari, il socio e coordinatore dell’area chimico-analitica del laboratorio di analisi Tecnochem srl Danilo Baldini (53 anni). L’accusa è la stessa per tutti: traffico illegale di rifiuti ad alto rischio per la salute.
 Stando agli esiti dell’inchiesta giudiziaria il trasporto clandestino delle scorie avveniva in questo modo: era la Gap service a occuparsi di tutto, compresa la fase del trasferimento dei rifiuti. Il compito di eseguire le operazioni era appannaggio di tre dipendenti della Tecnoscavi, titolare di una cava a Settimo San Pietro: viaggiavano sui camion senza permessi di trasporto e servendosi di schede di identificazione dei materiali contraffatte. Una parte dei rifiuti andava a finire a Settimo, il resto prendeva la via di Serramanna. Se qualcuno fermava gli autocarri per controllarne il carico i documenti falsi certificavano che si trattava di materiali non pericolosi. E’ chiaro che nel giro guadagnavano tutti: la Portovesme srl tagliava i costi di smaltimento e tutti i grattacapi amministrativi legati all’obbligo di portare i rifiuti fuori dall’isola. Chi si occupava della gestione incassava la sua parte e non si parla di briciole. Il titolare della cava - stando alle accuse - si sarebbe messo in tasca non meno di 53 mila euro più il corrispettivo dei trasporti, 250-300 euro per ogni carico per arrivare a un totale di 180 mila euro. Cui va aggiunto il ricavo sulla vendita del materiale per la costruzione delle strade. Resterebbe solo da chiarire il livello di concentrazione dei metalli nocivi nel terriccio usato per i sottofondi, da cui dipende la pericolosità per la salute. Ma su questo i carabinieri stanno ancora lavorando.

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