Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto
Dalla speranza al fallimento
20/12/2009
autore: Ma. Fo.
La conferenza Onu sul clima si chiude senza intesa. Ban Ki-moon: è un inizio. Letali le divergenze tra Washington e Pechino
Sorrisi e strette di mano sono definitivamente rinviati, di un anno almeno. C'erano invece facce mogie ieri nel Bella centre, il gigantesco capannone perso nella periferia di Copenhagen dove la Conferenza delle Nazioni unite sul clima si è conclusa senza neppure approvare (ha solo «preso nota») un accordo debole, al ribasso, e che rinvia ancora a mesi (se non anni) di ulteriori negoziati. Due settimane di intensi lavori, culmine di un processo durato due anni tra quasi 200 paesi, hanno infine partorito pochi impegni e un rinvio.
I pochi impegni sono quelli contenuti in un documento di poche pagine, una dichiarazione politica (pomposamente chiamata «Accordo di Copenhagen») presentata nella notte di venerdì. Era il risultato di 15 ore di affannosa trattativa: protagonisti il presidente degli Stati uniti Barack Obama, sbarcato nella capitale danese quella stessa mattina, il premier cinese Wen Jiabao, e pochi altri. Nella mattina una prima bozza di documento era stata presentata a 28 capi di stato (dunque anche europei, russi e altri paesi industrializzati), ma alla fine è stato quel gruppetto di due (Washington e Pechino) più tre (gli «emergenti»: India, Brasile, Sudafrica) a decidere la sorte della conferenza. Trattativa accanita, documento riscritto otto volte: il brasiliano José Luis Lula Da Silva è partito dicendo che gli sembrava di essere tornato ai tempi in cui faceva il sindacalista.
Nessuno ha davvero rivendicato il risultato come una vittoria. Certo, il presidente Obama lo ha definito «un accordo significativo e senza precedenti», nella conferenza stampa tenuta intorno alle 23 di venerdì notte (a beneficio esclusivo dei media statunitensi). Senza precedenti perché «per la prima volta tutte le maggiori economie hanno accettato la loro responsabilità nei confronti del cambiamento del clima», ha detto (ovvero, anche i concorrenti cinesi e gli altri hanno accettato qualche impegno). Ha riconosciuto che non è il risultato complessivo per cui era arrivato a Copenhagen. Anche se l'America, ha detto, ha ottenuto l'essenziale: tra cui la «trasparenza» (cioè, che i cinesi e gli altri siano tenuti a qualche rendiconto). Ha lanciato frecciate a quei paesi che «guardano indietro, a precedenti accordi», invece di imboccare nuove strade: allusione alla Cina e in generale ai paesi in via di sviluppo che difendono il protocollo di Kyoto.
«Non sarà ciò che tutti speravamo ma è un inizio», ha detto un affaticato segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon alla stampa, ieri, prima di andare a riferire all'assemblea plenaria della conferenza. Quasi a voler convincerne se stesso, ha sottolineato che almeno i punti fissi: tutti i paesi si sono assunti l'impegno a ridurre o limitare le emissioni di gas di serra, i paesi sviluppati hanno messo sul tavolo dei soldi. Per la verità, il documento non indica obiettivi complessivi, e i tagli delle emissioni di gas di serra offerti dai paesi industrializzati non si avvicinano neppure al 40% (rispetto al livello del 1990) giudicato necessario dagli scienziati per mantenere l'aumento della temperatura terrestre al di sotto dei 2 gradi centigradi (vedi in questa pagina).
Forse il risultato più concreto sarà il «Fondo di Copenhagen per il clima» per finanziare misure di adattamento e di riconversione a un'economia «a bassa intensità di carbonio», in cui confluiranno i 30 miliardi di dollari nei prossimi tre anni, e poi i futuri 100 miliardi di dollari l'anno che i paesi industrializzati si impegnano a «mobilitare» dal 2012 al 2020. Lula aveva un bel sottolineare, venerdì, che quei soldi non sono un'elargizione ma soldi necessari a rimediare l'impatto del cambiamento del clima causato dalle emissioni storiche dei paesi industrializzati: fatto sta che qui si parlava solo di «aiutare» i più poveri. Comunque: quei 100 miliardi annui sono la metà di quanto giudicato necessario da molti paesi del Sud, ma se si concretizzano sono una cosa. «Farò del mio meglio per garantire che dai prossimi mesi cominciamo a definire un trattato legalmente vincolante, e che da gennaio lanciamo il Fondo per il clima», ha concluso il buon Ban ki-moon.
Tutto i resto è rinviato alla prossima conferenza, tra un anno in Messico: i documenti su cui hanno lavorato i negoziatori, quelli che precisano fatti e cifre, meccanismi di sviluppo pulito quant'altro. Contro la la trattativa, Obama e gli altri sono ripartiti. Lasciando una scia di polemiche: la solita cosa negoziata in modo antidemocratico, hanno attaccato i presidenti di Venezuela e Bolivia, Hugo Chavez e Evo Morales. Tassativo Lumumba Di-Aping. il capo negoziatore del G77, il gruppo di circa 130 paesi in via di sviluppo: ha detto che «questo accordo infliggerà massiccia devastazione all'Africa e alle piccole nazioni-isola. Hanno mostrato il livello di ambizione più basso che si possa immaginare».
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice