Due anni di negoziato, due settimane di lavoro massacranti, 16 ore di riunione plenaria da record (inziata alle 23,30 di venerdi 18 dicembre e conclusa alle 15,30 di sabato 19) per formalizzare
l’accordo di Copenhagen (pdf).
Sgombriamo il campo da ogni equivoco e dalle inesattezze riportate dai media nazionali e internazionali, troppo frettolosi e per la maggior parte assenti nella lunga notte decisiva. A Copenhagen
non è stato firmato nessun nuovo trattato, a Copenhagen
non è stato adottato nessun nuovo accordo, a Copenhagen
non è stato approvato nessun nuovo protocollo.
L’accordo di Copenhagen è uscito dal tavolo ristretto a cui hanno partecipato
25 paesi in rappresentanza di molti altri, ma non è stato approvato dalla 15esima Conferenza delle Parti (COP15) della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC) per l’opposizione netta e dichiarata di Tuvalu, Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Equador e Sudan.
In un sistema, quello delle Nazioni Unite, che funziona con la regola del consenso, l’opposizione di questo piccolo gruppo di paesi è stata sufficiente per mandare a rotoli l’adozione dell’accordo politico dei 25, ossia Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Sud Africa, Arabia Saudita, Sudan, Russia, Norvegia, Messico, Mauritius, Papua Nuova Guinea, Lesotho, Giappone, Corea, Indonesia, India, Grenada, Francia, Germania, Svezia, Colombia, Cina, Brasile, Australia, Gabon e (Commissione europea).
A Copenhagen, la COP15 ha semplicemente adottato una
decisione che prende nota (“takes note”) dell’accordo di Copenhagen, vale a dire una
mera dichiarazione politica allegata alla decisione. Tale decisione apre quindi una nuova strada nell’ambito del sistema UNFCCC e pone molti dubbi soprattutto dal punto di vista giuridico.
Si tratta, infatti, di un accordo politico non adottato dalla COP, ma appoggiato dalla maggioranza dei paesi e soprattutto dai paesi politicamente ed economicamente più potenti. Sta adesso al segretariato della UNFCCC decidere le modalità di adesione e la forma di tale accordo, lasciando molte incertezze in riferimento alla sua validità e attuazione (
comunicato finale della COP15).
L’accordo di Copenhagen risponde alle esigenze di Cina e Stati Uniti (e in parte India) – i due paesi che escono vincitori del summit – e segna la
morte politica del Protocollo di Kyoto, menzionato solo un paio di volte nell’accordo, di cui una nel preambolo.
Gli
Stati Uniti e i paesi del cosiddetto «Umbrella Group» riescono ad evitare la formulazione di nuovi obblighi vincolanti di riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra per il periodo post-2012. Tuttavia, l’accordo prevede un ridicolo obbligo per i paesi industrializzati di registrare entro il 31 gennaio 2010 le modalità e azioni di mitigazione relative ad un impegno di riduzione dei gas ad effetto serra da definire. Inoltre, gli Stati Uniti hanno evitato ogni riferimento a verifiche internazionali dell’adempimento degli impegni presi.