Rassegna Stampa
Testata: La Stampa

Clima, il mondo rinvia al 2010 le scelte difficili

20/12/2009

autore: ROBERTO GIOVANNINI

L’Onu: il patto danese è “un primo passo”
Ma non è stato approvato e non ha vincoli


Il tentativo per certi versi disperato, vista la distanza tra aspettative e risultato finale, è quello di vedere la parte piena del bicchiere. «Non direi che sia stato proprio un disastro – replica uno stanchissimo Yvo de Boer, il segretario della Conferenza Onu sul Clima – certamente l'accordo è soltanto una lettera di intenti, e questo significa che abbiamo ancora molto da fare in vista della COP 16 di Città del Messico, nel dicembre 2010. Abbiamo ottenuto impegni significativi da tutti i Paesi, industrializzati e in via di sviluppo, ma non abbiamo però i numeri di questi impegni. E per questo dobbiamo essere consci del grande lavoro che abbiamo davanti per avere un trattato legalmente vincolante».
Insomma, bene o male intorno allo stesso tavolo, a discutere di clima, sono giunti tantissimi leader, che «tornati nei loro Paesi continueranno a lavorare su questi temi». Non c'è dubbio, però – ammette de Boer – che i risultati concreti contenuti nel testo del «Copenhagen Accord» sono poca cosa rispetto ai due anni di immenso lavoro diplomatico, che ha prodotto una semplice dichiarazione politica. «Ma dobbiamo andare avanti – conclude - la realtà che ci descrive la comunità scientifica non cambia: il momento in cui dobbiamo invertire la tendenza nella produzione di emissioni di gas serra, per arrestare il cambiamento climatico, è sempre più vicino». Il testo che evita alla COP15 di chiudere con un nulla di fatto, concordato al termine di una maratona negoziale di durata e di livello davvero senza precedenti, contiene davvero poca sostanza. E per di più il Copenhagen Accord - concordato venerdì sera da Obama, insieme al brasiliano Lula, il cinese Wen Jiabao, l’indiano Singh e il sudafricano Zuma, e più o meno imposto a tutti gli altri - non è stato nemmeno formalmente approvato.
La plenaria dei 192 Stati partecipanti ne ha soltanto «preso nota», dopo il dissenso esplicito di otto nazioni, che ne ha impedito la formale adozione. Prevede finanziamenti a breve e medio termine per aiutare i paesi in via di sviluppo a sviluppare un'economia «low carbon», e l'impegno per tutti gli Stati, ricchi e poveri, a indicare nero su bianco entro gennaio prossimo le proprie promesse di riduzione delle emissioni. Per il resto, non vincola nessuno e prescrive di limitare l'aumento della temperatura globale a 2 gradi senza dire però come. E consegna una eredità ardua ai prossimi appuntamenti Onu, che dovrebbero chiudere un'intesa legalmente vincolante: forse tra sei mesi a Bonn, forse a Città del Messico. «Faremo di tutto per farcela entro il 2010», dice il segretario generale Onu Ban Kimoon, ma questa «è una prima tappa essenziale».
Il condizionale è d'obbligo, perché si è visto con chiarezza che la complessa macchina Onu nulla può quando entrano in ballo i veri interessi economici e politici mondiali. Tuttavia, a conferma che in effetti il bicchiere è almeno un pochino pieno, è pur vero che l'impegno politico degli Stati leader per fermare il cambiamento climatico e costruire economie più «verdi» si è manifestato. Forse nessuno (a parte Europa e Giappone) è pronto ad accettare un quadro di regole vincolanti; ma gli sforzi della Cina, del Brasile, dell'India e di tanti Stati meno importanti ci sono, e sono fatti concreti. Vanno moltiplicati e verificati: bisogna sperare che si faccia in tempo ad evitare un aumento della temperatura globale superiore a 1,5-2 gradi. Per molti scienziati è già troppo tardi, e per la stessa Onu gli impegni fin qui presi dagli Stati ci consegnano un aumento di 3 gradi.
Sicuramente Copenhagen è stato un disastro dal punto di vista diplomatico e organizzativo, una pessima figura per il governo danese. Disagi nei lavori, gaffes a ripetizione, un duello tra il premier Rasmussen e la ministra Hedegaard, una gestione della piazza esageratamente manesca, l'espulsione di migliaia di rappresentanti delle Ong regolarmente accreditati e giunti a spese loro. Gli ambientalisti adoperano parole dure sia sulla gestione della kermesse che sui contenuti dell'accordo. Il direttore generale di Greenpeace, Kumi Naidoo, dice che «la vergogna di Copenhagen deve essere rimossa il più velocemente possibile». Anche il Wwf invita a non mollare nella battaglia sul clima: «È una delusione, c'è un baratro tra la retorica e la realtà dell'azione – dice Mariagrazia Midulla – ma la storia continua, perché l'accordo globale non è una scelta, mauna necessità».

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