Rassegna Stampa
Testata: Corriere della Sera
Mini-accordo sul clima, i Paesi poveri insoddisfatti
20/12/2009
autore: Danilo Taino
«Riconosciuto» ma non approvato il documento finaleCOPENAGHEN — Il giorno dopo il «disaccordo storico» di Copenaghen sono molti a soffrire dei postumi di una sbornia venuta male. Il patto «riconosciuto» ma non approvato dai 193 Paesi presenti alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici non piace a nessuno. È probabilmente vicino al limite massimo di quello che si poteva ottenere, ma proprio per questo è un colpo ancora più duro per i governi che si erano battuti per un accordo ambizioso, per le Nazioni Unite, per gli scienziati, per gli ambientalisti e per le organizzazioni non governative. Avrà effetti politici di lungo periodo.
Quello che è stato chiamato «Copenhagen Accord» è un documento di nemmeno tre pagine, risultato di un processo di negoziati durato due anni e terminato con due settimane di iperbolica Conferenza nella capitale danese. Minimo nei contenuti: di concreto promette denaro ai Paesi più poveri per aiutarli a mitigare le emissioni e adattarsi alle catastrofi provocate dal climate change. Per il resto è generico. Inoltre, non è vincolante: ieri, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, mentre lo giudicava un primo passo positivo, ha chiesto che lo diventi. I punti lasciati fuori sono i più importanti: la portata dei tagli, sia per i Paesi sviluppati che per quelli in via di sviluppo; il tipo di accordo, decisivo per capire quali impegni formali prende ogni Paese; se e quando si potrà arrivare a un trattato vincolante (le speranze sono ufficialmente per il 2010 ma sembra molto improbabile, vista la distanza tra le parti). Anche l’accordo sulla protezione delle foreste, che sembrava cosa fatta, è stato «dimenticato » dal documento.
Il risultato è insomma inferiore al minimo che i promotori della Conferenza si aspettavano. Ora, occorrerà riprendere le fila della questione effetto serra: ma non necessariamente puntando sul taglio globale delle emissioni—sul quale accordi è difficile farne—ma su strategie diverse. Già verso la metà dell’anno prossimo, la cancelliera Angela Merkel organizzerà un vertice in Germania per cercare di rilanciare il processo: le aspettative erano così alte da rendere la caduta dolorosa.
Anche il modo in cui il «Copenhagen Accord» è stato raggiunto lascerà ferite. Un’intesa raggiunta dal presidente americano Barack Obama con il primo ministro cinese Wen Jiabao, dopo ore di scontro, e poi accettata da India, Brasile, Sudafrica: superpotenza dominante, superpotenza in formazione più emergenti. Gli altri non hanno potuto che accettare. Alla fine, tra venerdì notte e ieri pomeriggio, l’Unione Europea era irritatissima e ha accettato il dato di fatto solo ore dopo l’annuncio, quando il presidente Usa se n’era ormai andato senza salutare. Dal presidente José Manuel Barroso ai capi di Stato e di governo, in particolare Nicolas Sarkozy, tutti sono rimasti di sasso di fronte all’accordo pallidissimo voluto da Obama—secondo molti soprattutto per salvare la sua reputazione di dealmaker — escludendo la Ue. Inconcepibile, alla vigilia, se si pensa che gli europei sono da anni l’avanguardia dei tagli ai gas serra e gli unici con obiettivi vincolanti di lungo periodo. Dal Parlamento europeo, inoltre, è venuta la richiesta di «riformare ilmetodo di lavoro dell’Onu con urgenza». Anche i Paesi più poveri erano tra il deluso e il furibondo per il risultato e per come è stato imposto da Washington e Pechino. Tanto che non lo hanno «approvato» ma solo «riconosciuto». Nell’assemblea plenaria un delegato sudanese ha paragonato il documento all’Olocausto.
D’ora in poi, la strada della lotta ai cambiamenti climatici sarà difficilissima. La delusione e la constatazione che la strada scelta per il momento non ha sbocchi porterà forse a ripensare le strategie. Ma ci vorrà tempo: i fallimenti lasciano deboli.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice