Rassegna Stampa
Testata: La Stampa
Obama a muso duro con Pechino per tenere buono il Senato Usa
19/12/2009
autore: MAURIZIO MOLINARI
NEW YORK - Soddisfatto per aver strappato a Pechino un «accordo significativo» sul clima e ottimista per gli «eccellenti progressi» sul disarmo con Mosca, Barack Obama sfrutta la trasferta danese per trasmettere in patria l'immagine di un Presidente che raccoglie risultati concreti, tentando di lasciarsi alle spalle le difficoltà della riforma sanitaria.
Per comprendere l'importanza per Obama del blitz di Copenhagen, bisogna partire dall'aula del Senato di Washington dove la sorte della riforma della sanità è appesa a un filo. Il senatore democratico della Florida Ben Nelson ha tolto il sostegno per i dissensi sull'aborto, quello indipendente del Connecticut Joe Lieberman non vuol sentir parlare di «piano pubblico» o estensione del Medicare (i benefici alla terza età) e la repubblicana moderata del Maine Olympia Snowe ha sbattuto la porta dello Studio Ovale quando il Presidente le ha detto che voleva arrivare al voto «entro Natale».
Senza questi tre senatori, i democratici sono sotto il quorum di 60 voti necessario per far approvare la legge e i repubblicani infieriscono con John McCain che annuncia: «Faremo ostruzionismo leggendo ad alta voce tutti gli atti dell'aula» per evidenziare l'impotenza di una maggioranza lacerata. Le conseguenze dell'impasse sono evidenziate dai verdetti dei sondaggi d'opinione: il sostegno per la riforma oscilla attorno alla pericolosa soglia del 40 per cento, mentre il grado di approvazione per il Presidente è al 47 per cento, a fronte di un 46 per cento di contrari. Come se non bastasse, lo zoccolo duro dei liberal è in rivolta contro i patteggiamenti di Obama sulla sanità: un terzo della base dei militanti vuole a tutti i costi il «piano pubblico» nel testo, accusando il partito di essere sensibile alle pressioni delle lobbies farmaceutiche.
«Andare verso le elezioni del 2010 in queste condizioni - si legge sul popolare sito HuffingtonPost - per i democratici significa prepararsi al disastro». Di qui la decisione del Presidente di sfruttare il blitz a Copenhagen per rompere l'assedio e trasmettere agli americani l'immagine di un leader proteso a ottenere risultati su due altri fronti dove l'attenzione del pubblico è alta: la difesa del clima e il controllo degli armamenti. Davanti alle divisioni del summit sui tagli alle emissioni nocive nell'atmosfera, Obama ha ribadito la determinazione americana a ridurle del 17 per cento entro il 2020 e ha messo sul piatto i 100 miliardi di aiuti ai Paesi in via di sviluppo offerti da Hillary Clinton, dicendo però a chiare lettere al premier cinese Wen Jiabao che «il tempo delle chiacchiere è finito» e anche loro devono assumersi impegni equivalenti.
Pechino, assieme a New Delhi, ha chiesto alla Casa Bianca ulteriori concessioni sulla modalità delle verifiche dei tagli e sugli aiuti, ma Obama è riuscito a siglare il compromesso senza altri passi indietro. A spiegare il perché è Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina, quando sottolinea che «l'unica maniera per far approvare dagli americani i tagli alle emissioni delle proprie industrie è ottenere impegni equivalenti da Cina e India» al fine di non concedere vantaggi alla concorrenza nel mercato globale. D'altra parte, ai tempi di Bill Clinton, il Senato respinse il Protocollo di Kyoto proprio per l'assenza di obblighi per Cina e India e questo resta l'orientamento, tanto dell'aula come dell'opinione pubblica. Harlan Watson, ex negoziatore di Bush sul clima, è convinto che se Obama ha usato toni duri al summit è «perché parlava all'americano medio che non può accettare ulteriori cedimenti» con le economie emergenti di Cina e India, in quanto sa che implicherebbero perdite di posti di lavoro.
Anche sul fronte delle trattative con la Russia Obama non fa passi indietro e nel colloquio con il collega Dmitry Medvedev fa presente che non può accettare la richiesta del Cremlino di indebolire il regime di ispezioni nel nuovo trattato sul disarmo Start, perché porterebbe il Senato a bocciare il testo. Medvedev sullo Start è più comprensivo e malleabile di Wen Jabao sul clima e così, al termine del faccia a faccia, Barack può parlare di «eccellenti progressi concreti», ringraziando il russo per essere «un partner molto efficiente», con tanto di calorosa stretta di mano finale e auguri di «Buon Natale e Buon Anno». In attesa di tornare a battersi sulla sanità.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice