Rassegna Stampa
Testata: L'Unita
I Paesi poveri non ingoiano la mediazione dei Grandi
20/12/2009
autore: MARCO MONGIELLO
La rivolta Prima Tuvalu, la nazione-atollo. Poi dicono no anche gli africani e i latinoamericani
Caos fino all’alba Poi la soluzione «diplomatica». Appuntamento a Bonn e Messico City, nel 2010
A scatenare le proteste è stato Tuvalu, lo Stato insulare polinesiano di poco più di 11 mila abitanti che in questi 12 giorni di lavori è diventato il simbolo della battaglia sul clima.
Nei fatti il negoziato si era concluso la sera di venerdì quando il presidente americano Obama ha concordato con i Paesi emergenti, Cina, India, Sudafrica e Brasile, il compromesso che ha messo tutti gli altri di fronte al fatto compiuto: nessun accordo sulla riduzione delle emissioni, vaghe promesse e aiuti economici per i Paesi in via di sviluppo. Sia lui che il premier cinese avevano già lasciato la capitale danese e gli stand della Bella Center, sede della Conferenza, erano in smobilitazione quando alle 3 del mattino il primo ministro danese Rasmussen ha aperto i lavori dell'ultima plenaria che avrebbe dovuto confermare formalmente l'accordo preconfezionato. «Buon sera, o meglio buongiorno», ha esordito, visibilmente assonnato.
«NON TRADIAMO IL NOSTRO FUTURO»A risvegliare la platea ci ha pensato Ian Fray, il capo delegazione di Tuvalu diventato famoso per aver chiesto con le lacrime agli occhi di lottare contro l'innalzamento dei livelli del mare, oltre che per essere riuscito a sospendere il negoziato con la richiesta di limitare a 1,5 grandi, invece che a 2, l'aumento della temperatura del pianeta. «Ci hanno offerto 30 denari per tradire il nostro popolo e il nostro futuro», ha detto Fray, alludendo biblicamente ai 30 miliardi di dollari di aiuti immediati, stanziati dai Paesi industrializzati per raggiungere l'accordo. «Il nostro futuro non è in vendita - ha aggiunto - mi dispiace di dovervi informare che Tuvalu non può accettare».E improvvisamente si è materializzato il fallimento, senza neanche la foglia di fico di un accordo di buone intenzioni.
A raccogliere il testimone della protesta è stata la rappresentante del Venezuela Claudia Salerno che, accigliata, ha denunciato il «colpo di Stato contro la Carta della Nazioni Unite» e ha annunciato l'opposizione del suo Paese perché «un accordo non può essere imposto».
Poi Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, dito puntato contro la presidenza danese e gli Stati Uniti per aver condotto i negoziati con procedure «arbitrarie e non trasparenti», con «metodi dittatoriali», annunciando «un accordo che non esiste».
A metterci il carico da novanta il delegato sudanese Lumumba Dia-Ping, portavoce dei 131 Paesi del G77, che ha accusato «l'accordo peggiore della storia» di essere come l'Olocausto. «Si sta chiedendo all'Africa di firmare un patto suicida - ha detto - una soluzione basata sui valori che hanno portato sei milioni di persone alle camere a gas».
Un paragone che i diplomatici svedesi hanno definito «assolutamente deprecabile» e che secondo il ministro del Clima britannicoEd Miliband è stato «disgustoso».
RESTANO I CARTELLI: «VERGOGNA»Tra dissensi e voci di possibili soluzioni diplomatiche la Conferenza è stata un caos fino all'alba. Davanti all'ingresso del centro se ne erano andati anche i manifestanti che la sera prima avevano sfidato il gelo per gridare la loro indignazione. Erano rimasti solo i cartelli con scritto «Vergogna!».
Poi con la luce del giorno la rabbia è sbollita e in cambio di qualche concessione simbolica sul testo si è trovato l'espediente di «prendere nota» dell'accordo per andarsene tutti a casa senza salutarsi. Èstata reinserita l'indicazione di una revisione al 2015degli impegni di riduzione delle emissioni inmododa poter «considerare» un obiettivo di riduzione dell'1,5%. Ufficialmente la Conferenza è finita verso le 15.30 di ieri.
«Abbiamo un accordo con effetto operativo immediato», ha detto il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Ma sui tagli alla CO2 «la tempisticanonè chiara», ha ammesso, promettendo che si farà «di tutto affinché l'accordo diventi legalmente vincolante nel 2010».
I tanti nodi lasciati irrisolti a Copenaghen torneranno al pettine alla Conferenza di Bonn del prossimo giugno e a quella di Città del Messico del dicembre 2010.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice