Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto
Quando anche i militari vogliono un accordo sul clima
19/12/2009
autore: Stefano Liberti
SICUREZZA - Gruppi di alti ufficiali mettono in evidenza il legame tra riscaldamento globale e conflitti
«I crescenti cambiamenti climatici stanno provocando una incommensurabile miseria umana, perdita di biodiversità e danni alle infrastrutture con implicazioni sulla sicurezza tali che bisogna agire al più presto». A scrivere queste righe non è un'organizzazione ambientalista, ma un gruppo di militari appartenenti agli eserciti mezzo mondo. Riuniti sotto la sigla del Military Advisory Council, 11 alti ufficiali delle forze armate di altrettanti paesi (dagli Usa all'India, dalla Mauritania al Regno unito) muovono un'esortazione ai leader riuniti a Copenhagen affinché trovino un accordo.
Perché il cambiamento climatico può avere anche effetti secondari, finendo per produrre conflitti e insicurezza, problemi quindi che possono toccare le sfere di competenza delle forze armate. Lo aveva già sottolineato due anni fa un altro gruppo di militari esperti, questa volta tutto a stelle e strisce. Il Military Advisory Board, composto da ex ufficiali di alto rango dell'esercito statunitense, ha pubblicato nel 2007 un rapporto dal titolo eloquente, «National Security and the Threat of Climate Change». Trattando il problema da una prospettiva americano-centrica, l'ex chief of staff dell'esercito di terra, generale Gordon Sullivan, sosteneva «l'instabilità del clima porterà a instabilità geopolitica e avrà un impatto sulle operazioni militari americane in giro per il mondo». Nel rapporto si parlava di aumento delle migrazioni, della disoccupazione e dello scontento che poteva generare terrorismo e quindi «mettere a repentaglio la sicurezza nazionale».
Al di là del taglio più o meno globale che danno alle loro parole, gli esperti militari appaiono d'accordo nel ritenere il cambiamento climatico un fattore di insicurezza. «Gli effetti del cambiamento climatico possono portare all'emigrazione di milioni di persone in paesi come il Bangladesh», sostiene il generale (in pensione) Muniruzzaman, membro del Military Advisory Council. Una preoccupazione rilanciata anche da Geraud De Ville, studioso all'Institute for Environment security, secondo cui «nei prossimi anni si potranno avere 22 milioni di rifugiati climatici verso l'India dal Bangladesh, tanto che New Delhi sta già attrezzandosi costruendo muri».
Il problema è che la relazione tra climate change e conflitto è difficile da dimostrare in modo scientifico. «Possiamo dire che alcune guerre sul continente africano hanno tra le loro concause il cambiamento climatico. La desertificazione della regione del Sahel - e la conseguente rarefazione delle risorse - è una delle motivazioni dei conflitti che attraversano la regione», sostiene Jean-Christophe Hoste, ricercatore del Royal Institute for International Relations di Bruxelles, che ha a lungo studiato la questione. «Lo stesso - aggiunge - può dirsi per il Corno d'Africa». Le ricerche degli studiosi concordano con gli avvertimenti lanciati dai militari: un accordo per la riduzione del cambiamento climatico eviterebbe nuovi conflitti.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice