Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto
Obama non ce la fa, tempi supplementari
19/12/2009
VERTICE SUL CLIMA - Le trattative continuano, rinviata la conclusione
Ieri i due incontri successivi tra il presidente Usa e il premier cinese Wen Jiabao non sono riusciti a produrre alcun accordo. In un giorno di trattative febbrili e caotiche e di riunioni separate si sono susseguite le bozze in discussione. Alla fine la decisione di continuare a oltranza
La scena dei sorrisi e delle strette di mano è rinviata. La conferenza delle Nazioni unite sul cambiamento del clima, la 15esima della serie, che doveva concludersi ieri pomeriggio nella capitale danese Copenhagen, è invece andata ai tempi supplementari.
Ieri sera, al momento di chiudere queste note, si era concluso un nuovo incontro tra il presidente degli Stati uniti Barack Obama e il premier cinese Wen Jiabao, il secondo della giornata (si erano già visti nel primo pomeriggio). Intanto i paesi del G77 erano riuniti per valutare la nuova versione di una risoluzione finale, o dichiarazione politica (non si sa ancora come sarà definita) che nel mattino era stata messa a punto durante un incontro tra 26 capi di stato in rappresentanza dei diversi gruppi di paesi (ma questa nuova riunione «a inviti» ha suscitato nuove rimostranze da parte di molti esclusi, dal venezuelano Hugo Chavez all'indiano Manmohan Singh). La bozza intanto era arrivata alla quarta versione e gli sherpa (i negoziatori) avevano cominciato il terzo (o quarto?) round di trattative della giornata. I reporter del quotidiano britannico The Guardian dicono che il loro primo ministro, Gordon Brown, ha detto di avere un «piano B» se tutto il resto dovesse fallire - i dettagli seguiranno.
Fin dal mattino è stato chiaro che il vago ottimismo della sera prima era svanito. Si vedeva nel «linguaggio del corpo» dei leader. L'assemblea plenaria è cominciata in ritardo, Barack Obama, atterrato nel nevischio della capitale danese intorno alle 8, si faceva aspettare. Era andato dritto in un hotel della città per avviare i suoi personali negoziati (ha incontrato i leader di Regno unito, Brasile, Francia, Germania, gli ospiti e la presidenza dell'Unione europea, e poi ancora Russia, Sudafrica, India, Corea del sud, Spagna, Colombia e Etiopia - che rappresenta il G77 quindi in teoria anche la Cina). Non è certo una cavalcata trionfale, quella del presidente Obama qui a Copenhagen. Di sicuro non l'intervento con bacchetta magica per salvare i negoziati che alcuni speravano (e altri aspettavano con fastidio).
Lo stallo infine è stato evidente con gli interventi pubblici, nell'assemblea plenaria. Non solo dalle parole del presidente brasiliano, Lula: che ha esordito dichiarando tutta la sua frustrazione per questi negoziati che durano da due anni e sembrano ricominciare sempre da capo. Perché sia il cinese Wen Jiabao, sia l'americano Obama hanno ribadito la sostanza di quanto avevano detto la vigilia rispettivamente il viceministro degli esteri He e la segretaria di stato Clinton: ma entrambi con quelle sottolineature in più che volevano dire «da qui non mi muovo».
Wen Jiabao ha subito messo le carte sul tavolo: la Cina è stato il primo paese in via di sviluppo a varare un piano nazionale sul cambiamento del clima, ha avviato sforzi per la conservazione dell'energia e tutto il resto riducendo le emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto e si impegna a ridurle ancora, del 40-45% entro il 2020 rispetto al 2005. Non solo: la Cina proseguirà su questa via comunque si concluda la conferenza di Copenhagen. Ciò detto però, Wen ha richiamato il principio delle «responsabilità comuni e differenziate» («i paesi sviluppati sono responsabili dell'80% delle emissioni accumulate nei 200 anni di rivoluzione industriale; le loro emissioni sono dovute ai consumi, le emissioni dei paesi in via di sviluppo sono soprattutto di sopravvivenza»). Ha richiamato il Protocollo di Kyoto, per dire che resta il quadro legale entro cui ci muoviamo - ma ha fatto pure notare che i paesi industrializzati, tenuti a tagliare le emissioni di una certa quota entro il 2012, non hanno rispettato gli impegni. Soprattutto, non ha ripetuto l'accenno a possibili meccanismi di verifica «offerto» la vigilia dal ministro He.
Neppure Barack Obama ha offerto spiragli alla Cina del resto, e neppure agli altri paesi in via di sviluppo. Certo, le sue parole sono lontane anni luce da quelle a cui ci aveva abituato George Bush: se non altro quando dice che l'America riconosce la sua responsabilità di «secondo più grande emettitore» di gas di serra (che però è anche un modo per sottolineare che la Cina è il primo), e quando ha detto che ha avviato misure di riconversione «nel modo di produrre e consumare energia» non solo per la sua responsabilità globale ma anche perché è meglio per il futuro economico dell'America stessa - aiuterà a creare milioni di posti di lavoro, sostenere un'industria pulita, renderla più competitiva e all'avanguardia. Quella visione del futuro che manca ai confindustriali di casa nostra... Anche lui ha detto che gli Usa continueranno su questa strada «qualunque cosa succeda a Copenhagen». Al dunque però nulla che potesse sbloccare lo stallo: ha ribadito l'impegno a tagliare le emissioni del 17% entro il 2020 rispetto al 2005 (e dell'80% nel 2050, ma quella è una data di cui nessuno dei capi di stato presenti potrà rispondere). Ha ripetuto l'offerta di partecipare a un fondo di «partenza rapida» di 10 miliardi di dollari fino al 2012 per finanziare le misure necessarie ad aiutare i paesi meno sviluppati e più vulnerabili, e di 100 miliardi di dollari l'anno dal 2012 al 2020. Certo, a patto che qui si arrivi a un accordo. Ha anche insistito su un meccanismo di controllo per vedere «se avremo mantenuto i nostri impegni» sul taglio delle emissioni, «misure che non devono necessariamente essere intrusive o infrangere la nostra sovranità» ma garantire che rispettiamo i nostri impegni.
Per il premier cinese, questo insistere su meccanismi di verifica è suonato come un insulto, a quanto è trapelato più tardi: come se gli avessero dato del bugiardo. La questione dei meccanismi di verifica è essenziale per gli Usa (significa che si sottopone a qualche monitoraggio anche il paese che percepisce come concorrente per l'egemonia mondiale), ed è inaccettabile per Pechino - ed è stata, pare, il principale oggetto dei due colloqui tenuti nel pomeriggio dai due leader. I tempi supplementari sono, di nuovo, appesi al G2. Quanto a Lula, si è stufato: aveva annunciato impegni a diminuire la sua «intensità di carbonio» (del 36% al 2020) e a ridurre la distruzione della foresta amazzonica dell'80% entro quella data, ha parlato di transizione tecnologica e di energie pulite, accetta pure i controlli. Ma «se qui non siamo riusciti a firmare un documento dopo tanto discutere», ha detto, «non credo che arriverà un angelo e ci infonderà l'intelligenza che ci è mancata finora». E ieri sera è partito, senza aspettare i tempi supplementariChiavi di questa notizia: Copenaghen vertice