Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto

Clima, vertice al fotofinish

18/12/2009

autore: Marina Forti

Gli Usa cercano di salvare la faccia e avanzano 100 miliardi di dollari l'anno, da qui al 2020, per i paesi poveri. Ma chiedono garanzie

Il barometro è girato, ieri sera circolava un certo ottimismo nei corridoi del Bella Centre di Copenhagen, dove si sta per concludere una conferenza delle Nazioni unite sul clima su cui sono puntate aspettative enormi. Tra ieri e oggi qui sono sbarcati oltre cento capi di stato o di governo; stamane in particolare è atteso il presidente degli Stati uniti Barack Obama, ultimo ad arrivare tra le potenze mondiali (quelle del G20). Oggi i quasi duecento governi qui riuniti dovrebbero annunciare se hanno raggiunto un accordo su come combattere il riscaldamento globale del pianeta, tale che permetta loro di salvare la faccia di fronte al mondo e ai posteri e dire che no, la conferenza di Copenhagen non è stata un totale fallimento.
Tutto è ancora in bilico ma tre elementi indicano che troveranno il modo di salvare la faccia. Il primo, in ordine cronologico, è la conferenza stampa tenuta ieri mattina dalla segretaria di stato Usa Hillary Clinton. Arrivata a Copenhagen da poche ore, affiancata dal caponegoziatore americano Todd Stern, Clinton ha detto che Washington aiuterà a costituire un fondo di 100 miliardi di dollari l'anno da qui al 2020 per aiutare i paesi più vulnerabili a combattere il cambiamento del clima e adattarsi alle sue conseguenze: «Non restino dubbi sul fatto che gli Usa hanno la volontà politica di raggiungere un accordo significativo», ha detto. Non ha specificato la parte degli Usa in questo fondo, salvo che sarà cospicua, né come saranno messi insieme questi soldi, salvo che sarà un mix tra investimenti pubblici e privati incluse «finanze alternative»: le ipotesi circolate vanno da una tassa mondiale sull'aviazione o sui combustibili fossili a una tassa sulle transizioni finanziarie (la vecchia idea della Tobin Tax), riproposta dal premier britannico Gordon Brown un paio di mesi fa a un vertice dei ministri delle finanze del G20, a cui però gli Usa sono contrari.
Quello che invece ha sottolineato, la signora Clinton, è che i soldi sono sul tavolo a condizione che qui si giunga «un accordo forte in cui tutti facciano la propria parte», perché «sarebbe impensabile per gli Usa questo livello di impegno finanziario in assenza di chiara trasparenza da parte del secondo, anzi forse primo paese emettitore», ovvero la Cina (che di recente ha sorpassato gli Usa in questo primato: 6,8 miliardi di tonnellate di CO2 annue, contro 6,4 miliardi di tonnellate, anche se pro capite è un altro discorso, poco più di 5 tonnellate annue per un cinese contro 21 per un americano). Se non c'è da parte di Pechino «l'impegno a almeno qualche sorta di trasparenza» allora salta tutto, ha insistito Clinton. A ragion veduta: l'amministrazione Obama sa benissimo che il Senato di Washington non approverà la legge sul clima ora in discussione, né alcun accordo internazionale in tema, se anche la Cina (vista dagli americani come grande competizione alla sua egemonia mondiale) non accetta qualche limitazione - qui è sbarcata una folta delegazione di legislatori americani per ribadirlo.
Insomma, la palla passa ai cinesi: da almeno un mese è chiaro che gran parte del destino di questa conferenza è nelle mani del «G2», che insieme fa circa metà delle emissioni mondiali di gas di serra. E dalla Cina dunque è venuto il secondo segnale della giornata, sotto forma di conferenza stampa del viceministro degli esteri He Yafei. Ha detto che il premier Wen Yabao è arrivato qui per parlare «in tutta sincerità». La Cina ha annunciato misure per «mitigare» il riscaldamento del clima (intende ridurre del 40-45% entro il 2020 l'intensità di carbonio, cioè la quantità di CO2 emesa per unità di prodotto interno lordo), e «andrà su questa strada qualunque cosa esca da questa conferenza». Poi ha concesso: la Cina accetta che «la parte di misure sostenuta da finanziamento internazionale sia controllabile» (ha usato il gergo negoziale: «Mrv», misurabile registrabile verificabile). Le misure finanziate in casa non possono essere sottoposte a controllo obbligatori,«non temiamo i controlli ma è una questione di principio», però certo la Cina vuole rafforzare i suoi sistemi di monitoraggio interno.
Il terzo elemento che forse salverà questa conferenza è emerso da indiscrezioni e allusioni: la presidenza danese ha rinunciato allo sciagurato tentativo di proporre ai capi di stato una «dichiarazione politica», la cui bozza ha elaborato in tutti questi giorni in consultazioni ristrette con i paesi che contano e che aveva fatto infuriare gli esclusi (ieri mattina il ministro dell'ambiente indiano Jairam Ramesh diceva alla Bbc che l'India «non ha neppure potuto vedere questa bozza», e che gli africani si sono sentiti esclusi, e così il G77, il Brasile, il Sudafrica...).
Quel documento faceva infuriare i paesi in via di sviluppo anche perché avrebbe decretato la fine o l'irrilevanza del Protocollo di Kyoto, cioè l'unico trattato internazionale oggi in vigore che vincola i paesi industrializzati a tagli obbligatori delle loro emissioni. Caduta la «bozza danese», tornano in vigore i due documenti negoziati qui con tanta fatica: quello sulle misure per aiutare anche i paesi in via di sviluppo a riconvertirsi a tecnologie pulite, meccanismi di verifica, soldi, e di come anche la Cina e gli altri entrano in un quadro di impegni comuni. E quello sul Protocollo di Kyoto, come estenderne il quadro dopo il 2012 quando sarà scaduta la prima fase, con nuovi impegni di taglio delle emissioni. L'Unione europea dovrebbe dire oggi se mantiene la sua offerta a tagliarle del 30% entro il 2020 rispetto al 1990, ieri sera i 27 si sono visti a cena su inviso del presidente francese Nicolas Sarkozy per definire la posizione comune). Che poi tutto questo sia all'altezza dell'urgenza - limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi a fine secolo - questo non è affatto scontato.

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice