Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto
Il prezzo delle foreste
18/12/2009
autore: Ma. Fo.
Forse sarà l'unico punto su cui la conferenza di Copenhagen avrà raggiunto un risultato. Si tratta delle foreste - o meglio: del Redd, acronimo di « Ridurre le emissioni da deforestazione e degrado delle foreste», un meccanismo globale per compensare i paesi che si impegnano con successo nella protezione di foreste e altri ecosistemi naturali che la scienza del clima guarda come «pozzi di assorbimento» di anidride carbonica. In effetti è noto che la deforestazione mangia ogni anno 13 milioni di ettari di foresta tropicale: e la scomparsa delle grandi foreste, tropicali innanzitutto (ma quelle boreali non sono meno importanti come riserva di anidride carbonica), comporta disastri ecologici e sociali a cascata, dalla perdita di inestimabile varietà di specie vegetali e animali al deterioramento dei bacini idrici, l'erosione dei suoli, l'impoverimento delle popolazioni rurali. E, in aggiunta a tutto questo, contribuisce per grossomodo il 20% delle emissioni globali di CO2 nell'atmosfera.
Così, nell'ambito dei negoziati sul clima che si trascinano ormai da un paio d'anni, è sorta l'idea di assegnare anche all'anidride carbonica immagazzinata nelle foreste un valore finanziario: così, ogni ettaro di foresta tropicale può essere tradotto in un certo quantitativo di CO2 e quindi un certo «prezzo», secondo la logica di rendere più redditizio proteggere le foresta che tagliarla. I sostenitori dicono che è un modo sicuro per costringere i paesi ricchi a incanalare denaro verso i paesi in via di sviluppo: infatti, un paese industrializzato così potrà finanziare un certo progetto di protezione delle foreste in un paese tropicale (di solito povero) e poi calcolare a suo credito le tonnellate di anidride carbonica risparmiate. In parte questo era già previsto nell'ambito di quelli che il Protocollo di Kyoto definisce «meccanismi di sviluppo pulito»; ora con il meccanismo Redd saranno precisati criteri e definizioni e soprattutto sarà creato un fondo a sé. E, come sempre, i soldi sono una parte essenziale del negoziato.
L'accordo sui Redd dunque ha avuto la spinta definitiva mercoledì quando Australia, Francia, Norvegia, regno unito e Stati uniti hanno annunciato che metteranno congiuntamente 3,5 miliardi di dollari di liquidità immediata per la protezione forestale per il periodo 2010-2012, con la promessa di mettere ulteriori fondi in seguito. Sembra che la parte degli Usa sull'ammontare totale sarà circa 1 miliardo.
Non è chiaro quanto definiti siano gli altri dettagli dell'accordo - ad esempio i criteri per determinare la CO2 attribuibile ai diversi tipi di ecosistema (foresta ma anche zone umide o depositi naturali di torba, che poi sono strati di vegetazione decomposta e in via di fossilizzazione: secca viene usata come combustibile), e poi i meccanismo di verifica, le date: anche se l'accordo ormai c'è, fanno sapere i negoziatori, sarà reso ufficiale solo insieme a tutto il resto.
Molte voci, soprattutto di grandi paesi tropicali, temono l'idea di «mette un cartellino col prezzo» su quel grande bene comune che sono le foreste. Da chi saranno gestiti i Redd, dalle popolazioni locali o da grandi aziende? L'altro giorno, al Klimaforum, la rappresentante di un'organizzazione dell'Amazzonia brasiliana faceva l'esempio del Forest Stewardship Council, il meccanismo che «certifica» il legname tagliato secondo criteri di «foresteria sostenibile»: ma appena il 20% di quei progetti sono definibili progetti a gestione comunitaria, che non esproprino la popolazione locale che dalla foresta trae sostentamento. Certo, molto dipenderà dai meccanismi di monitoraggio...
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice