Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto

Bio-business, ora spunta la World bank

18/12/2009

autore: Luca Manes

AFFARI VERDI

Alla Banca mondiale il business del clima piace sempre di più. Non deve stupire allora che il suo presidente, l'ex ministro del commercio dell'amministrazione Bush Robert Zoellick, sia volato fino in Danimarca per «dare il suo contributo» ai negoziati in corso a Copenaghen. E tutto sembra indicare che Zoellick ritornerà a Washington con un nuovo fondo ambientale per l'ammontare di 260 milioni di dollari da gestire al di fuori del contesto delle Nazioni unite, in piena autonomia e applicando le solite condizioni non sempre gradite ai paesi del Sud che ne beneficeranno. Briciole, certo, se paragonate ai possibili otto miliardi di dollari di un altro fondo già esistente e gestito dalla Banca mondiale, il Clean Technology Fund, che però non appare molto sostenibile dal punto di vista ambientale, se è vero che serve principalmente per finanziare nuove centrali a carbone cosiddetto pulito nelle economie emergenti. «Pulito» o no, il carbone rimane il più inquinante tra tutti i combustibili fossili.
Ma nei corridoi del Bella Center, sede del vertice di Copenaghen, girano indiscrezioni che la Banca mondiale si potrebbe ritrovare tra le mani una torta ancora più grossa. Non è escluso che i 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020 promessi dai paesi industrializzati a quelli poveri possano essere amministrati in tutto o in parte dai banchieri di Washington. Una notizia che preoccupa molto le realtà della società civile internazionale e che non dovrebbe andare troppo a genio nemmeno ai paesi del G77, convinti che debbano essere le Nazioni unite tramite la Conferenza delle parti del trattato sui cambiamenti climatici a veicolare i fondi per l'adattamento al surriscaldamento globale. Secondo le analisi delle principali Ong ambientaliste del pianeta, condotte in base ai dati resi pubblici dalla stessa Banca Mondiale, la più grande istituzione multilaterale di sviluppo tra il 2007 e il 2009 ha distribuito in media 2,2 miliardi di dollari l'anno in favore di progetti per l'estrazione dei combustibili fossili, compresi 470 milioni per il carbone. Per le fonti energetiche rinnovabili sono stati stanziati solo 780 milioni l'anno. E pensare che nel 2004 un rapporto indipendente commissionato dalla stessa Banca mondiale e condotto sotto i suoi auspici aveva raccomandato un'immediata sospensione dei finanziamenti per il carbone e il taglio dei fondi per il petrolio entro il 2008. Un invito ignorato dai vertici dell'istituzione, come già era accaduto in precedenza con l'invito a smettere di foraggiare il settore delle grandi dighe.
Come se non bastasse, la Banca promuove con decisione l'espansione del mercato dei crediti di carbonio e gestisce 11 Carbon Fund per un ammontare complessivo di circa 2 miliardi di dollari.
In questo modo la World Bank non solo non contribuisce a ridurre le emissioni globali, ma rischia di aumentare l'instabilità finanziaria internazionale, dal momento che la maggior parte degli scambi di crediti e riduzioni di emissioni avviene sul mercato secondario - ovvero quello pericolosissimo dei derivati, già oggetto di importanti operazioni speculative da parte dei grandi investitori. Un aspetto, questo, poco considerato dai negoziatori del Nord del mondo a Copenaghen. Nel caso di una nuova bolla speculativa con origine in questo mercato di derivati, la Banca sarebbe in cima alla lista dei responsabili per gli impatti devastanti che si verificherebbero soprattutto nei paesi più poveri e vulnerabili ai cambiamenti climatici. Una prospettiva inaccettabile per un'istituzione che ha nel suo mandato la lotta alla povertà.

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice