Rassegna Stampa
Testata: Il Fatto Quotidiano

Il day after del clima

20/12/2009

autore: Diletta Varlese

FALLIMENTO STORICO A COPENAGHEN

Clima, the day after. Gli sguardi di chi rientra a casa dopo il Cop15 sono vuoti, e un po’ tristi. Nelle sale d’attesa dell'aeroporto di Kastrup campeggia vana la propaganda che aveva lanciato Greenpeace, con i volti dei presidenti invecchiati di 11 anni e la scritta “ci spiace, quando potevamo fare qualcosa per fermare il cambiamento climatico non lo abbiamo fatto, abbiamo fallito”. La constatazione è che sia davvero realtà. Il giorno dopo il fallimento del summit, e la vittoria degli accordi per gli interessi di Usa e Cina, ha raccolto molte reazioni differenti. Furiosi, delusi, indignati i movimenti ecologisti. All’una di sabato notte gli attivisti di molte associazioni si sono catapultati all’uscita della metro del Bella Centre, per urlare tutto il loro sdegno “climate shame”, la vergogna climatica, la scritta che campeggiava su una grande faccia Obama, solo un po’ meno di bronzo di quella che aveva vestito al vertice. Nessuno dei “big” ha avuto il coraggio di dire apertamente quanto fosse deludente quello che è uscito dal summit. La diplomazia ha obbligato tutti a firmare a denti stretti e rilasciare vaghe dichiarazioni.
A cominciare con il segretario Onu, Ban Ki Moon ha dichiarato a caldo che “finalmente abbiamo firmato un accordo, ma non può essere ciò che tutti avevano sperato. È comunque un inizio importante”, riferendosi forse al fatto che è la prima volta che Usa e Cina si rendono disponibili a sottoporsi a delle trattative, per quanto deludenti. La butta sul piano politico, più che climatico, anche il presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha ammesso che “il testo dell'accordo non è perfetto”. Aggiungendo però che “se non ci fosse stato un accordo, due Paesi importanti come Cina e India sarebbero stati liberati da ogni tipo di contratto, così come gli Usa, che non figurano nel protocollo di Kyoto”. Come a dire che, per lo meno questi Paesi sono stati “a gganciati”, invece che restare come cani sciolti. Tutti concordano con la necessità di ritrovarsi e continuare a trattare. In primis il cancelliere Angela Merkel, che organizzerà una prossima riunione a Bonn, ha detto “È stata una decisione difficile, é stato fatto un primo passo, ora ci auguriamo che ne siano fatti altri”. La verità dal sacco l'ha tirata fuori solo il premier svedese Fredrick Reinfeldt, presidente di turno della Ue “Gli impegni raccolti non consentono di mantenere l'aumento delle temperature al di sotto dei due gradi”, con l'eco del britannico Brown “Ora bisogna garantire rapidamente un accordo legalmente vincolante”, ovvero, inchiodarli alla sedia con quel poco che hanno deciso. L’unico positivo è stato il senatore democratico John Kerry, co-autore del manifesto per il clima, “ora possiamo lavorare più facilmente in Senato per votare una legge sul clima all'inizio del prossimo anno che ci faccia arrivare al traguardo”, poichè gli interessi nel Congresso degli Usa avevano dettato ad Obama le parole da dire.
Chi invece è proprio arrabbiato, nemmeno a dirlo, sono i paesi in via di sviluppo del G77, tra cui Venezuela, Sudan, Nicaragua, Cuba e Costarica, che definiscono la soluzione minimalista come “il peggiore accordo della storia” dei vertici dell'Onu. Durissimo anche il commento del delegato del Sudan Lumumba Di-Aping, capo del G77 che ha accostato la decisione dei grandi all’Olocausto dei nazisti che “hanno messo nei forni 6 milioni di persone”.
E Greenpeace dichiara che perfino Kyoto era meglio di quanto uscito dal questo summit e aggiunge “l’accordo non è minimamente giusto, ambizioso e vincolante, è stato un fallimento”. Per Oxfam International e Ucodep, i leader presenti al vertice di Copenaghen hanno trasformato un “momento storico in un fallimento storico”.
Adesso, dicono le associazioni, tocca muovere la coscienza di ogni singolo, per quel poco o tanto che possiamo fare come 6 miliardi di abitanti del Pianeta. Perchè, se è certo che un altro mondo è possibile, è anche certo che un altro Pianeta dove abitare non è possibile.

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