Rassegna Stampa
Testata: Il Fatto Quotidiano

ANCHE OBAMA NON BASTA

19/12/2009

autore: Diletta Varlese

Copenaghen in stallo: vertice ancora in bilico tra buoni propositi e trattati vincolanti

Copenaghen ha aperto gli occhi ieri mattina e si è resa conto che era il grande giorno. Il giorno in cui avrebbe parlato il presidente degli Stati Uniti Barak Obama e in cui sarebbero stati definiti i destini dell’umanità.
Si tende un po’ a drammatizzare, ma non troppo. Le notizie della mattinata davano il resoconto della notte insonne passata al Bella Centre: una bozza a grandi linee era stata accordata dagli “sherpa”, sottoposta all’esame degli esperti di clima di ventisei Paesi diversi, i più influenti, e pronta per essere mostrata a chi doveva apporre le firme. L’aumento della temperatura globale del pianeta era stato stabilito entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali e i Paesi poveri avrebbero ricevuto finanziamenti con un fondo di 100 miliardi di dollari l’a nno entro il 2020 per passare alle tecnologie “pulite”, affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, mitigazione e adattamento. Punto fermo dunque su finanziamenti “fast start” dal 2010 e sull’aumento della “febbre ” del pianeta. Nessun accenno invece alle riduzioni di CO2 e grande resistenza da parte di Cina e India, che rifiutavano sistemi di controllo internazionali da applicare sulle proprie emissioni.
Nella notte tra venerdì e sabato è atterrato a Copenaghen Obama, che ha preso la parola solo alle 14 nell’a ssemblea plenaria. C’era una grande attesa, poi seguita da altrettanta delusione, nella grande aula dove il presidente, quando davanti agli occhi del mondo, Obama ha affermato che “i leader del mondo devono fare tutto il possibile per trovare un accordo per frenare il riscaldamento del pianeta, anche se questo accordo non fosse perfetto”. Questa prima doccia fredda ha immediatamente smorzato le aspettative della platea. Obama ha poi aggiunto: “L'Amer ica è pronta a prendersi le sue responsabilità in quanto leader. Non sareste qui se non foste convinti che il pericolo è reale. Il cambiamento climatico non è fantascienza, ma è scienza, è reale”, pochi applausi di protocollo per un intervento risultato retorico.
Da tempo è noto che la proposta americana delle riduzioni di CO2 è quella già definita dal Congresso degli Stati Uniti: prevede un taglio (rispetto al 2005) del 17 per cento delle emissioni entro il 2020. Obama ha concluso l suo discorso ufficiale: “Il tempo sta scadendo. A questo punto la questione è capire se noi avanziamo insieme e se noi ci dividiamo, se noi preferiamo stare fermi o a gire”. E la sua proposta è di adottare un accordo anche se “imperfetto”, e continuare poi a migliorarlo. Immediatamente dopo, Obama e il premier cinese Wen Jiabao si sono riuniti – da soli – per 55 minuti. “É stata una discussione costruttiva su tutte le questioni chiave”, ha spiegato una fonte della delegazione di Obama. L’i ncontro è stato poi definito un “passo avanti” verso il raggiungimento di un accordo.
Lo stallo è arrivato a metà del pomeriggio. Con la plenaria sospesa, un gruppo di 25 membri si è chiuso in una stanza del Bella Centre ed ha dato via a lunghi e blindatissimi colloqui. Rappresentanti dell’Unione europea, dell’Onu, i presidenti di Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Spagna, Stati Uniti, Cina, India e Brasile, gomito a gomito a decidere i tagli di emissioni e i sistemi di controllo affinchè tali limiti vengano effettivamente rispettati. Verso il tardo pomeriggio hanno fatto sapere che una seconda bozza era pronta: stabili i tagli di gas nocivi a lungo raggio (nel 2050) all’80 per cento per i Paesi industrializzati e del 50 per cento per tutti gli altri. I problemi sono emersi già all’inizio della serata. Dopo un silenzio durato ore, il ministro dell’Ambiente spagnolo, Elena Espinosa, si è presentata in sala stampa come portavoce del gruppo dei 25. “Siamo in un momento molto delicato – ha detto – il più delicato in assoluto. Siamo già alla stesura della terza bozza, e alla decisione sulle percentuali di taglio delle emissioni per il 2020, e quali sistemi di controllo applicare. Cina e Brasile stanno creando non pochi problemi proprio su questo ultimo punto. Non sappiamo dire ancora quando finirà la riunione. Sicuramente si andrà a domani, forse domenica”. É possibile che giungano a una trattato politico non vincolante, da ridefinire nei prossimi sei mesi.
Nel momento in cui scriviamo i colloqui tra i 25 sono ancora in alto mare. Frenesia e impazienza dominano all’interno del Bella Centre. La maggior parte degli stands di Ong e associazioni ambientaliste sono già stati smontati. Le cucine e i punti ristoro hanno cominciato a chiudere i battenti. I presenti nella grande hall se ne vanno. Resta solo la stampa, i partecipanti alla plenaria che procede senza troppa attenzione e le delegazioni delle “grandi” nazioni rinchiusi da ore. Gli esperti dicono che ogni summit sul clima è andato a finire così, si è chiuso uno o due giorni dopo, con le firme definitive siglate in tutta fretta durante la notte. Si vedrà, dunque, quale sarà l’esito.

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