Rassegna Stampa
Testata: Il Giornale di Sardegna

Accordo sul clima tra Usa e Cina «E' significativo ma non basta»

19/12/2009

autore: Roberta Dianna

Copenaghen. Fumata bianca nell'ultima giornata del vertice dell'Onu: limite di 2 gradi al surriscaldamento

«Sono venuto qui per agire, non per parlare». E così è stato. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha mantenuto le sue promesse. L'intesa sul clima con Cina, India e Sudafrica è stata raggiunta. Un compromesso confezionato in extremis su un meccanismo di finanziamento per l'abbassamento del target sul riscaldamento globale di due gradi. Per l'intera giornata, quello che sulla carta si chiama Accordo di Copenaghen, era solo una bozza rinnegata dal premier cinese Wen Jiabao. Quel 50% di anidride carbonica da tagliare entro il 2050 non gli andava giù. Così come la clausola della trasparenza sulle emissioni nocive, pretesa dall'America e ripudiata dal Celeste Impero come una «violazione della sovranità nazionale».
AL BELLA CENTER sede della 15esima conferenza Onu, l'orologio del clima ha battuto l'ultimo rintocco. L'intesa è stata raggiunta nei tempi supplementari, in quella forma «imperfetta» prefigurata da Obama. Un accordo che le stessi fonti Usa considerano «significativo ma insufficiente per combattere la minaccia dei cambiamenti climatici». Il neopremio Nobel per la pace era atteso al vertice come un deus ex machina, quasi fosse l'ago della bilancia dei negoziati. Così non è stato, fino alla tarda serata di ieri quando il sì di Pechino ha fatto il giro del mondo. Né il primo colloquio con il premier cinese Jiabao, né il secondo, avevano portato i frutti sperati. «I passi in avanti», riferiti da fonti vicine all'inquilino della Casa Bianca, non avevano trovato riscontro. Il fallimento della Cop 15 era nell'aria. Per gli ecosostenitori, come il democratico statunitense Earl Blumenauer, la performance di Obama era stata «deludente». Il presidente, apparso «titubante», sembrava aver parlato troppo e agito poco. A dispetto delle promesse.
INDISCREZIONI a parte, l'unica "carta che canta" per ora resta la bozza di dodici punti stilata al termine del minivertice dei leader, a cui Wen non ha partecipato. Proprio la Cina, infatti, era contraria al taglio delle emissioni previsto dal documento. Una riduzione in due fasce: l'80% in meno per i "ricchi", il 30% in meno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2050. Due pesi e due misure che corrispondono alla diminuzione globale del 50% dei gas serra. Ma nel cosiddetto Copenhagen Accord, i cui numeri restano ancora incerti, c'è anche un tetto al surriscaldamento del pianeta. Il limite entro cui contenere l'aumento della temperatura rispetto ai livelli pre-industrali è fissato a due gradi centigradi, nella speranza di abbassarlo a 1,5 nella prossima Conferenza del 2016. Il pacchetto di aiuti ai Paesi più vulnerabili parte invece da 10 miliardi di dollari all'anno tra il 2010 e il 2012, per poi passare a 50 miliardi di dollari annualmente fino al 2015, fino a 100 miliardi entro il 2020. L'intesa di Copenaghen potrebbe essere ratificata, e resa vincolante, da una conferenza di due o tre settimane prevista a Bonn nel mese di giugno. In quella sede si potrebbero definire i tagli alle emissioni e gettare le basi per il nuovo trattato che dovrà essere approvato nel prossimo vertice dell'Onu - la Cop16 - in programma a dicembre del 2010.

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