Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Risultati finora molto deludenti e l’Italia è sempre di più retroguardia
19/12/2009
autore: Vittorio Emiliani
Le tensioni, le difficoltà, il braccio di ferro alla conferenza di Copenaghen fra Paesi già sviluppati e Paesi che si stanno sviluppando vengono da lontano. Quantomeno dall’ostinazione con la quale l’amministrazione di George W. Bush si oppose alle prescrizioni di Kyoto, finendo per aggravare una situazione già al limite del disastro ecologico planetario. Essa invece andava affrontata con risolutezza e mezzi ingenti, anzi ingentissimi.
Ricordo, una decina di anni fa, l’allora ministro italiano per l’Ambiente, Edo Ronchi, che ci confidava: «La gente neppure si immagina cosa costerà tornare indietro nelle emissioni di gas serra, nel surriscaldamento del pianeta».
Anche oggi la gente immagina soltanto in parte quale “tassa” dovranno pagare le economie sviluppate per convincere anche i Paesi emergenti (che assaporano soltanto da poco i vantaggi di un primo benessere) a concorrere al taglio planetario delle emissioni di anidride carbonica.
A Copenaghen lo si è toccato con mano. Grandi e tenaci resistenze nonostante la siccità avanzi ovunque (in Italia non hanno soste la desertificazione e lo sfascio idrogeologico accresciuto da temporali diluviali), i ghiacci polari si sciolgono, quelli alpini si ritirano, le malattie polmonari e le allergie da smog si moltiplicano. E’ il mondo che rischiamo di consegnare a figli e nipoti.
In queste ore i capi di Stato decidono se andare a un accordo stringente sui tagli delle emissioni, sui tempi di tali riduzioni e sui fondi da trasferire dai Paesi ricchi a quelli emergenti o poveri, oppure se accontentarsi di un accordo politico generico in vista della prossima conferenza nella super inquinata Città del Messico in programma nel giugno prossimo. Mentre scrivo le speranze sono come fiammelle intermittenti. Si alzeranno oppure si abbasseranno?
In questa occasione il mondo misura quanto possa valere la presenza diretta e impegnata di un presidente degli Stati Uniti, come Barak Obama, che non è espresso dai petrolieri né è loro amico e che punta a un accordo mondiale per quanto “imperfetto”. E quanto contino leader, come il brasiliano Lula, che hanno origini popolari.
A Copenaghen l’Italia non ha certo brillato. Non aveva una volontà politica innovativa da esprimere. Alla “green economy” il governo Berlusconi ha dedicato appena l’1,3 per cento delle risorse anti-crisi, contro il 16,7 per cento della media europea e il 10 degli Usa. Ai Paesi poveri daremo 600 milioni in tre anni, meno della metà di Francia, Germania e Gran Bretagna. Del resto, il nostro governo ha distribuito un po’ di incentivi alle fonti rinnovabili (i cui impianti, dai parchi eolici alle centrali solari, non vengono però pianificati sul territorio), ma si è mosso unicamente sul nucleare - dalle prospettive piuttosto lontane e senza aver risolto il problema delle scorie e della sicurezza - e sul carbone.
Nelle ore di Copenaghen si dava il via alla nuova centrale a carbone di Saline Joniche (Reggio Calabria) le cui emissioni, sommate alle altre, pesano quanto quelle di interi Paesi quali Marocco e Nuova Zelanda. Siamo indietro, una retroguardia.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice