Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto

Emissioni, i poveri puntano i piedi

15/12/2009

autore: Marina Forti

Il Sud del mondo, nazioni africane in testa, ha tenuto per ore in sospeso i lavori della conferenza Onu. Estendere il protocollo di Kyoto o lasciarlo scadere e approvare un nuovo accordo, come vorrebbero Unione europea, Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda? Gli Stati uniti auspicano in più un trattato ad hoc, ma non hanno mostrato le carte.

Nel loro piccolo, anche i paesi africani si arrabbiano. Ieri hanno tenuto per parecchie ore in sospeso i lavori della Conferenza delle Nazioni unite riunita nella capitale danese, la 15esima da quando nel 1992 quasi duecento paesi hanno sottoscritto la Convenzione dell'Onu sul cambiamento del clima: è la conferenza che dovrebbe approvare una nuova strategia a medio e lungo termine per rallentare il riscaldamento globale del pianeta, un nuovo accordo globale che estenda il Protocollo di Kyoto. O forse un nuovo accordo tout court, come suggeriscono molti dei paesi industrializzati?
È questo che ha fatto scattare i paesi africani. Il Protocollo di Kyoto è l'unico trattato internazionale che esista al momento in materia di clima. Risale al 1997 (ma è entrato in vigore nel 2005) e obbliga i paesi industrializzati a tagliare le loro emissioni di gas di serra (globalmente del 5,2% entro il 2012 rispetto al 1990, anche se poi l'onere è ripartito in modo vario tra i paesi: all'Unione europea spetta l'8%). Ma il 2012 è imminente, che fare dopo? I paesi «in via di sviluppo» sostengono che questa conferenza deve definire un nuovo obiettivo per il periodo che va al 2020 e poi al 2050, prolungando il quadro legale del Protocollo di Kyoto. L'Unione europea e altri paesi (Australia, Giappone, Canada, Nuova Zelanda) suggeriscono di lasciare che Kyoto «scada» e negoziare un nuovo accordo. I paesi africani obiettano che così si lascia cadere l'unico trattato esistente, che pone degli obblighi ai paesi industrializzati e prevede meccanismi per finanziare il trasferimento di tecnologie pulite ai paesi in via di sviluppo.
La polemica ha percorso tutta la scorsa settimana di lavori, qui a Copenhagen. Finché ieri mattina è scoppiata. I negoziatori dei paesi africani hanno abbandonato i lavori, subito appoggiati dagli altri paesi in via di sviluppo, accusando la Danimarca, che presiede la conferenza, di voler abbandonare Kyoto. «La presidenza danese, in modo antidemocratico, sta facendo gli interessi dei paesi sviluppati a spese di un equilibrio degli obblighi tra paesi sviluppati e in via di sviluppo», ha spiegato Lumumba Di-Aping, ambasciatore del Sudan all'Onu e quindi presidente di turno del G77 - il gruppo dei paesi in via di sviluppo, che sono molti di più di 77 e includono ormai dalle «emergenti» Cina e India ai «meno sviluppati» (least developed), tra cui molti dei paesi africani. A far tracimare la rivolta è stata una consultazione ad alto livello tra 48 ministri dell'ambiente convocata domenica dalla presidente della conferenza, la ministra danese dell'energia e del clima Connie Hedegaard, lasciando fuori i negoziatori di paesi in via di sviluppo.
Solo nel pomeriggio i lavori sono ripresi, su entrambi i binari seguiti finora. Da un lato le consultazioni nel gruppo di lavoro che tratta di definire un seguito di Kyoto: dove si parla di quanto i paesi industrializzati dovranno tagliare le loro emissioni, ma anche ridefinire i «meccanismi flessibili» (commercio delle quote di anidride carbonica e altri meccanismi di mercato) e la questione del «cambiamento d'uso» delle terre, eufemismo che indica la deforestazione (causa di almeno il 20% delle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera). Riprese anche le consultazioni nel gruppo di lavoro su «azioni a lungo termine», ovvero misure per far fronte al cambiamento inevitabile del clima e per rallentarlo: quindi finanziamenti per aiutare i paesi in via di sviluppo, trasferimento di tecnologie pulite.
Questo «doppio binario» rinvia però a un'altra questione: gli Stati uniti. Perché il Protocollo di Kyoto è sì vincolante per i paesi industrializzati, ma con la notevole eccezione degli Usa, che con l'amministrazione di George Bush nel 2001 ne erano usciti. Ora che l'America di Obama è tornata in gioco, che lingua parla? Un«Kyoto due» andrebbe affiancato da un trattato ad hoc per gli Usa? La delegazione americana qui a Copenhagen non ha ancora scoperto le sue intenzioni - una conferenza stampa annunciata ieri è stata rinviata.
Ieri intanto, mentre i negoziati riprendevano a fatica, la delegazione dello «stato plurinazionale di Bolivia» ha tenuto una conferenza stampa insieme a rappresentanti di Jubilee South e altri movimento sociali che fanno parte di un'altra coalizione, il Climate Justice Network (rete per la giustizia climatica): dicono che i paesi ricchi devono ripagare il loro «debito» verso quelli in via di sviluppo, restituire la loro parte di spazio nell'atmosfera e sostenere uno sviluppo meno inquinante. Non vogliono che sia affidato alla Banca mondiale il capitolo dei finanziamenti per adattare e mitigare il cambiamento del clima: che invece sembra proprio uno dei risultati probabili di questa conferenza di Copenhagen.


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