Rassegna Stampa
Testata: Corriere della Sera
La tentazione dei Potenti: andare avanti con Kyoto
17/12/2009
autore: Franco Venturini
L’analisi Una seconda versione del Protocollo non vincolerebbe né Usa né Cina
E’ un Piano B, ma in realtà sarebbe un fallimentoLa prudenza, con Obama e il premier cinese che giungono soltanto oggi a Copenaghen, è evidentemente d'obbligo. Un colpo di scena dell'ultima ora è ancora possibile. E' possibile che proprio l'aria da disfatta che tirava ieri al Bella Center inneschi impreviste volontà politiche. Ma l'ottimismo è ormai al lumicino. E allora è meglio avere una diversa strategia nel cassetto, perché i Grandi, si sa, non possono fallire e non falliscono mai.
Il Protocollo di Kyoto del '97 ha caratteristiche politiche ben precise. Obbliga i Paesi sviluppati a tagliare le emissioni di gas serra, in misura variamente rispettata. Ma gli Stati Uniti, il secondo inquinatore del mondo, non sono obbligati a nulla perché non hanno sottoscritto il trattato. Inoltre il Protocollo prevede elargizioni finanziarie ai Paesi in via di sviluppo ma non impone loro parametri di riduzione dei gas nocivi. E in questa categoria è iscritta la Cina, che è il primo inquinatore del mondo. Insomma, un trattato che è una presa in giro. Ma che è anche l'unico oggi legalmente vincolante, per cui l'impossibilità di disegnare un nuovo accordo globale a Copenaghen creerebbe, dopo il 2012, un vuoto totale di doveri e di diritti. Ecco perché, dicono i Paesi più poveri, noi vogliamo un Kyoto II che ci garantisca comunque un minimo di aiuti e di tagli da parte dei Paesi sviluppati. Ecco perché, rispondono i più ricchi (e alcuni minacciano di uscirne), a noi Kyoto non va bene: escludendo i due principali inquinatori del pianeta ogni tentativo di accordo climatico globale diventerebbe una costosissima burla. Noi vogliamo, invece, inserire il vecchio Kyoto in un nuovo trattato che coinvolga tutti a cominciare da Usa e Cina. Si può trovare un compromesso, partendo da posizioni tanto lontane che rappresentano tanto radicati interessi? Quando la nave rischia di affondare, sì. Si può dire che il vuoto legislativo va evitato e che un Kyoto II provvederà eventualmente a riempirlo, prolungando in tal modo le clausole del Protocollo. E contemporaneamente si può ricordare che gli Usa hanno promesso questo, i cinesi quello, gli europei quell'altro ancora, e così elencando. Ma con obbiettivi inferiori alle necessità, con Obama vincolato dalla legge in discussione al Senato di Washington, con la Cina che esclude di accettare monitoraggi internazionali sui suoi programmi «domestici», con l'India che gioca al tanto peggio tanto meglio, con l'Europa divisa che pensa di allungare le scadenze dei suoi tagli per tentare un difficile coordinamento con l'America, con i poveri guidati dai cinesi che continuerebbero comunque a chiedere montagne di soldi e di tecnologia.
Sarebbe un fallimento, perché dopo il nuovo trattato (messo per la verità in archivio da molto tempo) verrebbe a mancare anche un impegno politico globale e coordinato da trasformare al più presto in testo vincolante. E al suo posto trionferebbero le rigidità nazionali. Ma con uno specchio per le allodole chiamato Kyoto e un elenco di altisonanti promesse da marinaio, chi resisterebbe alla tentazione di imbrogliare le carte?
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice