Rassegna Stampa
Testata: Repubblica

Clima, summit nel caos organizzazione in tilt e scontri con la polizia

17/12/2009

autore: ANTONIO CIANCIULLO

Il corteo punta alla zona rossa, 230 fermi

COPENAGHEN — Dentro il perimetro blindato del Bella Center, José Bové, leader dei no global, sdraiato per protesta davanti all’ingresso dei delegati. Fuori dai cancelli, oltre il muro degli agenti in assetto anti-sommossa, qualche centinaio di manifestanti che chiedevano «giustizia climatica». L’equilibrio, precario come quello della conferenza sul clima, è durato un’ora. Poi, la pressione dai cortei convergenti sui 15 mila delegati delle Nazioni Unite è aumentata ed è scattata la reazione: cariche, lacrimogeni e manganelli sotto la neve che cadeva fitta. Un operatore televisivo è stato colpito al viso da una bottiglietta lanciata dai manifestanti e alla fine il bilancio è stato di 230 fermi, tra cui alcuni italiani, compreso il portavoce di Climate Justice Action.
«Il nostro obiettivo era entrare nella zona rossa e organizzare un’assemblea fuori del vertice, come è stato fatto tante volte in occasione di questi incontri», racconta Alberto Zoratti di Faircoop, la rete internazionale del mercato equosolidale. «Eravamo tutti a mani alzate, ma ci hanno attaccato con uno schieramento di polizia esagerato: elicotteri, jeep, cani».
Mentre i cortei esterni venivano bloccati, all’interno del Bella Center partiva una manifestazione organizzata dai rappresentanti delle associazioni non governative, dei popoli indigeni e dei paesi che si sono sentiti esclusi dalle trattative: un centinaio di persone, con tamburi e cori ha fatto il giro dei vari padiglioni uscendo per unirsi ai pochi manifestanti che erano riusciti a raggiungere i cancelli. Così, per tutta la giornata, forma e contenuto di questa conferenza si sono perfettamente identificati. Al caos climatico provocato da decenni di uso crescente dei combustibili fossili si è accompagnato un caos organizzativo che, per la verità, avrebbe potuto essere evitato con un impegno minore rispetto a quello richiesto dalla riduzione dei gas serra. Il principio che le risorse sono limitate, più volte evocato negli interventi, non è stato applicato dagli organizzatori della conferenza. Gli accrediti sono stati 46 mila a fronte di una disponibilità di 15 mila posti. Le regole per l’ingresso sono cambiate continuamente in corso d’opera lasciando migliaia di persone in coda anche per 9 ore con una temperatura di zero gradi. Gruppi di ambientalisti, come i Friends of the Earth, sono stati esclusi dopo aver ricevuto l’accredito. Il ministro dell’Ambiente italiano, Stefania Prestigiacomo, è rimasto bloccato per un’ora nel pigia pigia all’ingresso del Bella Center e ha annunciato una protesta formale.
Al caos organizzativo generale si sono aggiunte le dimissioni del presidente del vertice, Conie Hedegaard, ex ministro danese del Clima e dell’Energia, che ha lasciato l’incarico al premier Lars Lokke Rasmussen, forse per avere maggiore libertà nelle trattative che stanno diventando sempre più frenetiche con lo scorrere delle ore. E’ possibile, addirittura probabile, che all’ultimo momento lo stallo si rompa e salti fuori l’intesa: il presidente della Commissione Ue, Josè Barroso ha evocato l’esito felice dell’Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992, quando «all’ultimo minuto, dopo qualche dramma, si riuscì a strappare un accordo». Ma ieri è stata la giornata della tensione. «A Copenaghen si respira aria di dittatura: non c’è abbastanza trasparenza», ha accusato il presidente del Venezuela Hugo Chavez, in plenaria, in un comizio di 45 minuti scandito da applausi a scena aperta, da una mimica di grande efficacia e da una nutrita schiera di citazioni: da Marx, a Simon Bolivar, dallo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano al teologo brasiliano teologo Leonardo Boff. Un allarme rilanciato dal presidente boliviano Evo Morales che ha parlato di rischio di «olocausto climatico» per l’Africa.

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