Rassegna Stampa
Testata: L'Unita
Clima, dagli Usa un assegno per tentare di salvare il summit
18/12/2009
autore: MARCO MONGIELLO
Hillary Clinton: Usa pronti a contribuire al fondo da 100 miliardi di dollari per i Paesi poveri
La Ue convoca un vertice in extremis. La Cina gela le speranze poi apre uno spiraglio
C'è voluta un'iniezione da cento miliardi di dollari per ottenere qualche flebile segnale di vita da un negoziato sul clima oramai in coma profondo.
A salvare la situazione ieri alla Conferenza Onu di Copenaghen è stato l'arrivo della Segretaria di Stato americana Hillary Clinton. «Gli Stati Uniti – ha detto - sono pronti a lavorare con gli altri Paesi per arrivare all'obiettivo di mobilitare insieme 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020per rispondere ai bisogni posti dal cambiamento climatico» nei Paesi in via di sviluppo. Sono «un sacco di soldi », ha sottolineato, ma solo «nel quadro di un accordo» per la riduzione dei gas serra e a condizione che ci sia «un impegno di piena trasparenza» sul loro utilizzo.
RUSH FINALE Si tratta della stessa cifra indicata dall'Unione europea e del gesto di apertura che mancava per far tornare tutti al tavolo del negoziato. Fino a poche ore prima il tentativo di 192 Paesi di trovare un accordo globale vincolante per limitare il riscaldamento del pianeta a 2 gradi si era arenato inunballetto di accuse reciproche. Il vice ministro degli Esteri cinese He Yafei si è detto disponibile ad «un dialogo e ad una cooperazione che non sia intrusiva e chenon infranga la sovranità della Cina». Anche l'India, ha detto, il primo ministro Manmohan Singh è pronta «a fare di più» sulla riduzione delle emissioni «se vi saranno accordi per fornire sostegno finanziario e trasferimenti di tecnologia dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo». È uno spiraglio di speranza, anche per gli oltre cento capi di Stato e di Governo che continuano ad arrivare al Bella Center, alla periferia della capitale danese dove si tiene la Conferenza, e che non possono tornare a casa a mani vuote senza perderci la faccia.
«Non prendo neanche in considerazione un fallimento perché sarebbe catastrofico», haammonito il presidente francese Sarkozy appena presa la parola.
Il protagonista indiscusso su cui sono risposte tutte le speranze è però il presidente americano Barack Obama, che arriverà oggi a Copenaghen per l'ultima decisiva giornata. L'ultimo suo viaggio nella capitale danese lo scorso ottobre per far ottenere a Chicago le Olimpiadi del 2016 non gli ha portato fortuna: ha vinto Rio de Janeiro.
LA SFIDA Questa volta la posta in gioco è decisamente più alta ma «tornare con un accordo vuoto sarebbe peggio che tornare a mani vuote», ha messo in chiaro ieri il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs.
Fiducioso il presidente dellaCommissione europea Barroso, che si è detto convinto cheObamaannuncerà qualcosa di più dell'attuale proposta legislativa in discussione al Congresso, che rispetto al 1990 prevede una riduzione delle emissioni di appena il 4% entro il 2020.
In serata l'Unione europea ha convocato una riunione straordinaria dei principali attori per trovare la quadratura del cerchio. In ipotesi c'èunaumentodell'obiettivo di riduzioneUedel20% al 2020 anche senza un vero e proprio accordo globale. Una mossa che per il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomopotrebbe «bruciareuna carta importante per trattative future». Ma l'Italia, ha denunciato il capogruppodelPd alla Camera, Dario Franceschini, paga «un'incapacità di incidere » non scontata per la sesta potenza economica del mondo.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice