Rassegna Stampa
Testata: La Stampa
Hillary rianima il summit. Oggi c’è Obama
18/12/2009
autore: ROBERTO GIOVANNINI
L’Americamette sul tavolo 10miliardi di dollari per le economie più povereNon poteva arrivare, il segretario di Stato Hillary Rodham Clinton, a mani vuote alla Conferenza sul cambiamento climatico. E in effetti, nella sua valigia Clinton aveva quel minimo di concessioni e di aperture indispensabili per rianimare un negoziato che si era apparentemente incagliato e che non vedeva più vie d’uscita. Dieci miliardi di dollari di fondi statunitensi per finanziare l’avvio fino al 2012 della riconversione «low carbon» delle economie dei paesi in via di sviluppo (il Giappone ne metterà 15, l’Europa altri 10) nel piano mondiale che dal 2013 al 2020 finanzierà con 100 miliardi l’anno il trasferimento di tecnologie e l’adattamento al cambiamento climatico. Uno spiraglio su un possibile aumento degli impegni Usa di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2020 (oggi al 4%). Una ciambella di salvataggio per una trattativa che stava annaspando, e che ieri dopo il discorso di Hillary si è rivitalizzata. Ma appare chiaro che se Barack Obama - atteso oggi in città - si presenterà senza ulteriori, tangibili, concessioni, la Conferenza è destinata al fallimento. O a un accordo inutile e vuoto.
«Dopo anni di diplomazia - ha detto Hillary - gli Stati Uniti sono pronti a fare i passi necessari per raggiungere un accordo completo e operativo. Non ci devono essere dubbi sulla volontà degli Usa di arrivare a un successo». Anche se, chiarisce, questo successo inevitabilmente si tradurrebbe in un accordo solo «politicamente vincolante» ora, da convertire l’anno prossimo in uno «legalmente vincolante ». Sul tavolo, come detto, soldi immediati e il sostegno al piano dell’Unione Europea e dell’Africa da 100 miliardi di dollari. Tutto ciò, però, a patto che le grandi economie emergenti «prendano un impegno di trasparenza» nell’applicazione dei loro impegni in materia di lotta al cambiamento climatico.
Una richiesta su cui finora gli Emergenti avevano sempre detto un netto «no», prima di tutti la Cina, che si è sempre detta contraria a verifiche internazionali delle sue azioni di riduzione delle emissioni. Ieri, dopo il discorso di Hillary, il viceministro degli esteri He Yafei ha detto che la Cina è pronta a fornire dettagli sulle iniziative che prenderà per controllare le emissioni di gas a effetto serra, purché le richieste dei partner non siano «intrusive» e non infrangano la sovranità nazionale.
Stessa apertura poco dopo è giunta dall’Indonesia. I G77, i 131 paesi più poveri, hanno detto che 100 miliardi non sono sufficienti, ma sono comunque un passo avanti. Angela Merkel, in un grande discorso, ha in pratica detto che l’Europa è pronta a tagliare le emissioni entro il 2020 del 30%, e non del 20%.
La macchina della conferenza si è rimessa in moto, ma potrebbe ben presto bloccarsi. Tutto dipenderà da Obama. Earl Blumenauer - deputato democratico e appassionato ciclista di Portland, Oregon, giunto in città insieme alla speaker della Camera Nancy Pelosi - è convinto che «lei ha preparato tutto quanto, e lui darà il pugno del ko. Vero è che in queste ore il presidente ha telefonato a metà dei leader mondiali per fare pressioni e offerte. Sarà, ma intanto da Washington ieri fonti della Casa Bianca avvertivano che Obama farà certo uno «sforzo vigoroso», ma che non offrirà impegni più specifici o stringenti di quelli presentati finora dagli Usa. Notoriamente del tutto insufficienti. Può essere un trucco negoziale, come l’alternare docce fredde e aperture caratteristico fin qui dei rappresentanti della Cina. Oppure vuol dire che qui in Danimarca si sarà solo perso tempo e una grande occasione per la Terra.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice