Rassegna Stampa
Testata: Repubblica

Il mondo appeso al duello finale tra i giganti dell’inquinamento

18/12/2009

autore: MAURIZIO RICCI

Obama chiede impegni “verificabili”, Wen Jiabao resiste

COPENAGHEN — Nessuno ne dubitava, ma adesso lo dicono tutti apertamente: europei, latinoamericani, africani. L’esito della conferenza di Copenhagen è appeso al duello fra Usa e Cina. Anche ieri, le due maggiori potenze mondiali non si sono risparmiate frecciate. «Meglio tornare a mani vuote che con un accordo vuoto», ha detto Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca, dopo che, per l’intera giornata, i rappresentanti americani, da Hillary Clinton in giù, avevano battuto sulla necessità di «trasparenza», da parte dei cinesi, sui loro impegni a contenere le emissioni. Il premier cinese Wen Jiabao ha ribattuto, respingendo il tentativo di fare della Cina «il capro espiatorio di un accordo mancato». Le posizioni sono, tuttavia, meno distanti di quanto appare a prima vista e Obama, che arriva oggi, e Wen Jiabao, arrivato mercoledì, potrebbero trovare un terreno d’intesa. Cina e Usa sono i due Paesi che più contribuiscono, con le emissioni di anidride carbonica, all’effetto serra, ma sono anche i Paesi che, nell’ultimo anno, hanno compiuto la svolta più decisa in materia di politica del clima. Pechino ha ufficialmente indicato l’obiettivo di ridurre, in dieci anni, del 40-45 per cento l’intensità energetica della propria economia (la quantità di energia per ogni unità di Pil), oggi assai più alta che in Occidente. È un obiettivo non particolarmente spettacolare: gli esperti giudicano che è quanto la Cina avrebbe raggiunto comunque, con le politiche già in atto, che puntano sull’efficienza energetica. L’energia costa cara e Pechino sa che risparmiarla conviene. Inoltre, non vuol dire una riduzione delle emissioni che, anzi, aumenteranno. Ma meno di quanto sarebbero aumentate senza interventi. E, soprattutto, è la prima volta che la Cina annuncia impegni in materia di effetto serra. Con la presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno per la prima volta assunto un impegno a ridurre le emissioni: meno 17 per cento, al 2020, rispetto al 2005. Anche questo, un obiettivo non spettacolare. Rispetto al 1990, il parametro base del trattato di Kyoto, la riduzione sarebbe solo del 3-4 per cento. L’Europa punta al 20 per cento, nel 2020, rispetto al 1990. La realtà delle cifre, tuttavia, è un po’ più complessa. Gli americani fanno notare che, se si prende come base il 2005, gli europei, che le emissioni le hanno già in parte ridotte, faranno uno sforzo aggiuntivo pari ad un taglio del 15 per cento al 2020, comparabile con quello americano, che inizia ora. Soprattutto, le leggi in discussione al Congresso, una volta approvate, accelererebbero il processo: meno 30 per cento al 2025, meno 40 per cento al 2030, meno 83 per cento al 2050. Sono proprio queste leggi pendenti al Congresso la chiave di volta della partita e il motivo per cui gli americani insistono sulla «trasparenza» cinese. Gli Usa vogliono che l’impegno di Pechino a ridurre l’intensità energetica dell’economia sia «misurabile, controllabile, verificabile » dalla comunità internazionale. Significa mettere il naso nelle statistiche nazionali cinesi, cosa che, a Pechino, piace pochissimo. Per la Casa Bianca, tuttavia, è una necessità vitale. Solo se il realizzarsi della riduzione promessa sarà verificabile, Obama potrà presentarsi al Congresso e all’opinione pubblica americana, per dire: i cinesi hanno accettato un vincolo, possiamo accettarlo anche noi.
L’ostacolo della «trasparenza» non appare, comunque, insormontabile: ieri sera, dalla delegazione cinese venivano indicazioni concilianti. Se Obama e Wen Jiabao riusciranno, dunque, a definire il cammino di verifica dei dati cinesi, i due pezzi più importanti del puzzle di Copenhagen andranno al loro posto.
Il terzo — i Paesi poveri — è, in qualche modo, una questione che Hillary Clinton ha già chiuso ieri mattina, sbloccando, finalmente, l’impasse sulla delicata questione dei finanziamenti per aiutarli ad affrontare i cambiamenti climatici, che aveva infiammato la conferenza nei giorni scorsi. I soldi, che fino a ieri non c’erano, sono alla fine apparsi sul tavolo. Gli Usa, ha detto il segretario di Stato, sono pronti a contribuire ad un fondo che arrivi a 100 miliardi di dollari l’anno, entro il 2020. Più o meno, quanto gli stessi Paesi poveri avevano chiesto.
Il fatto che il gioco a incastro si risolva non significa comunque che, da Copenhagen, uscirà l’accordo che speravano scienziati e ambientalisti. E neanche che si arriverà rapidamente ad una intesa. Dice Nina Finamore, l’esperta di Cina per un importante gruppo ambientalista americano: «Si chiuderà all’alba di sabato. Tutti si alzeranno, chiuderanno le loro cartelle, convinti di un fallimento. A questo punto, i cinesi diranno: “Un momento, possiamo metterci d’accordo”. È quello che avviene, tutti i giorni, sui mercati di tutta la Cina. Per questo sono dei grandi negoziatori ».

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice